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  • Seminario - Una nuova politica energetica per l'Italia

    Seminario sul tema della politica energetica con la partecipazione dell’Amministratore Delegato di Edison, Umberto Quadrino. Considerazioni macroeconomiche Per parlare di energia è necessario valutare diversi fattori: Oltre 1,6 miliardi di persone al giorno d’oggi non hanno accesso all’energia elettrica: dal momento che la vita moderna non può prescindere dall’energia, è logico pensare che la domanda sia destinata a crescere significativamente nei prossimi anni; Analizzando i trend storici dei tassi di crescita della domanda di energia si può notare come a fronte di un incremento di un punto percentuale del prodotto interno lordo, la domanda di energia cresca di circa lo 0,6%; L’aumento della domanda di energia di Cina e India è complessivamente del 6% annuo. Principali metodi di produzione di energia nucleare; carbone; petrolio; gas; rinnovabili (principalmente idroelettrico, eolico, fotovoltaico e biomasse). Non prendiamo in considerazione l’idrogeno, in quanto le tecnologie che consentono un suo sfruttamento come fonte energetica non sono attualmente disponibili e potrà probabilmente essere preso in considerazione solamente tra qualche decina d’anni. La politica energetica di un paese è dunque basata sulla scelta di un mix di questi cinque tipi di fonti di energia, tenendo in considerazione: l’impatto ambientale; i costi di produzione; la sicurezza degli approvvigionamenti; Durata delle risorse naturali e tecnologie di generazione elettrica Petrolio: la durata delle riserve di petrolio è un tema molto dibattuto. L’ultimo giacimento “gigante” è stato scoperto circa 10 anni fa, ma si stanno moltiplicando le iniziative in esplorazione, incentivate anche dall’alto prezzo del greggio, per portare alla luce potenzialità al momento inespresse. Tutti gli osservatori sono tuttavia concordi nel ritenere che le risorse di petrolio siano destinate a terminare. Inoltre, oltre il 60% delle riserve mondiali sono situate in Medio Oriente. Gas naturale: per il gas la situazione è decisamente migliore, anche se molte riserve si trovano in Paesi politicamente instabili. I cicli combinati a gas sono peraltro la tecnologia termoelettrica più efficiente (56-57% rispetto a un 39% di una centrale tradizionale) ed eco-comaptibile (emissioni di CO2 inferiori del 50% rispetto a una centrale a carbone) oggi disponibile. Va inoltre considerato che Medio Oriente e la Russia detengono oltre il 60% delle riserve mondiali, dato che fa sì che oggi il mercato sia in mano ai produttori. Carbone: la disponibilità di carbone è maggiore ed è presente in un numero maggiore di Paesi rispetto agli idrocarburi. Inoltre, il costo del carbone negli ultimi mesi è cresciuto significativamente, spinto soprattutto dall’incremento della domanda nei Paesi asiatici e, soprattutto, durante la combustione il carbone emette grandi quantitativi di CO2 (il doppio di un ciclo combinato a gas naturale), ritenuta fra i principali responsabili dell’effetto serra e dei mutamenti climatici. Se da un lato quindi le centrali a carbone contribuiscono a diversificare le fonti energetiche, dall’altro la loro convenienza economica è destinata a calare in quanto il costo di generazione dovrà inglobare il costo dell’impatto sull’ambiente, delle emissioni. Nucleare: anche l’uranio, in base alle attuali tecnologie, è destinato a terminare in qualche decina di anni. La generazione elettrica basata su questa fonte non emette peraltro CO2 e il costo di produzione è competitivo rispetto alle altre fonti, anche tenuto conto dei costi di gestione delle scorie e del decommissioning. Rinnovabili: non emettono anidride carbonica e vanno quindi incentivate il più possibile. Ma, anche sfruttando al massimo le attuali tecnologie, le fonti rinnovabili arriverebbero a contribuire ad una quota prossima al 20% del fabbisogno mondiale nel 2030. Le rinnovabili non possono quindi soddisfare completamente l’incremento della domanda energetica. Inoltre i costi di produzione sono decisamente superiori a quelle delle altre fonti: rispetto a un ciclo combinato a gas, l’eolico costa il 20% in più, il fotovoltaico addirittura il 600%. La proposta della Commissione Europea per il 2020: Aumentare il risparmio energetico del 20%; Aumentare al 20% l’incidenza delle fonti rinnovabili sul mix produttivo; Ridurre le emissioni di CO2 del 20%. Si tratta di obiettivi molto ambiziosi da raggiungere. In generale, per ridurre i consumi del 20% è necessaria una riduzione dei consumi di circa l’1% annuo, dato in contrasto con i trend storici menzionati in apertura. Ma il risparmio energetico è uno strumento fondamentale da perseguire e su cui è ancora necessario investire molto, ad esempio: sostituire tutte lampadine di vecchia generazione con quelle a basso consumo (consumano 20% in meno); coibentare tutte le abitazioni: questo è fattibile per i nuovi immobili, ma come intervenire sulle vecchie abitazioni?. Per arrivare alla sostituzione/coibentazione integrale sarebbe necessario intervenire a livello normativo con divieti accompagnati da forti incentivi (ad esempio: dichiarare illegali le precedenti lampadine e abitazioni obbligando tutti al cambiamento). Anche l’incremento dell’incidenza delle rinnovabili sul mix energetico al 20% è un obiettivo molto sfidante. Il potenziale dell’idroelettrico è infatti già quasi interamente sfruttato, quindi l’eventuale incremento del suo utilizzo è molto modesto. L’energia eolica ha buone potenzialità e le aziende, come Edison, stanno investendo significativamente su questa risorsa. Il suo sviluppo è tuttavia vincolato alla ventosità e purtroppo l’Italia è un paese poco ventoso e poche sono le zone utilizzabili a questo scopo.. L’energia fotovoltaica, con le attuali tecnologie, oltre ad essere legata al numero di ore di sole richiede l’utilizzo di ampie superfici. L’approvvigionamento delle biomasse, infine, può avvenire tramite due modalità: importazione o coltivazione. Nel secondo caso, si è stimato che per rispondere alle richieste dell’Unione Europea sarebbe necessaria una superficie di coltivazione pari a 6 volte la superficie della Svizzera. Inoltre, si sono già registrate tensioni sui prezzi delle derrate alimentari, derivanti dalla concorrenza fra coltivazioni per uso alimentare e per uso “industriale”. Infine, per ridurre del 20% le emissioni di CO2 è necessario investire su quelle tecnologie a basse o nulle emissioni. Come abbiamo visto, le uniche tecnologie “carbon free” sono le rinnovabili e il nucleare, mentre fra quelle termoelettriche “tradizionali”, il gas è di gran lunga preferibile al carbone, tanto che, se volessimo rispettare questi obiettivi, non solo non dovremmo varare nuovi investimenti in centrali a carbone, ma addirittura dovremmo chiudere quelle esistenti. Non esiste una soluzione unica e il nucleare non è La soluzione, ma probabilmente non c’è una soluzione senza prendere in considerazione anche il nucleare. Ma per questo serve un dibattito non ideologicizzato e una seria riflessione di politica energetica Politica Energetica È un tema difficile da affrontare. Sicuramente, nel settore dell’energia non può essere il mercato l’unico arbitro perché le sue logiche sono sempre di breve-medio periodo mentre le decisioni di investimento degli operatori energetici abbracciano archi temporali più lunghi, addirittura fino ai 40 anni. Ad esempio, per poter cambiare il mix energetico di un Paese serve un arco temporale di almeno 15-20 anni. L’Italia ha appena concluso un nuovo ciclo di interventi, il più importante in Europa, che ha portato alla realizzazione di nuova capacità produttiva per circa 20 Gigawatt, prevalentemente basata sui cicli combinati a gas. Il problema più imminente per l’Italia oggi è quindi quello delle grandi infrastrutture per importazione del gas, oltre all’acquisto di tale materia prima a prezzi competitivi. L’Italia è il primo investitore europeo in energia Investimento in nuova capacità produttiva: Italia: 20.000 MW; Spagna: 6.000 MW; Francia: 1.300 MW. Sicurezza dell’approvvigionamento Il gas naturale europeo è localizzato prevalentemente nel mare del Nord ma i giacimenti sono in esaurimento. Si stima che nei prossimi 15 anni vi sarà una riduzione della produzione di gas naturale di circa 100 miliardi di metri cubi, a fronte di un aumento della domanda di 100/150 miliardi di metri cubi: ne deriva che l’Europa avrà bisogno di importare circa 250 miliardi di metri cubi di gas in più. Da dove potrà provenire tutto questo gas? È incerto se la Russia, che oggi soddisfa circa il 30% del fabbisogno europeo, potrà effettivamente far fronte a tutte le ulteriori richieste di gas dall’estero, considerando che anche la domanda interna russa dovrebbe aumentare. Nel 2008-2009 è comunque previsto un aumento della capacità produttiva del Gasdotto TAG tra Italia e Russia per complessivi 13 miliardi di metri cubi all’anno. Altro fornitore tradizionale è l’Algeria, che copre circa il 30% del fabbisogno italiano e con cui Edison sta sviluppando un nuovo gasdotto, Galsi, che nel 2012 consentirà di importare 8 miliardi di metri cubi all’anno (2 dei quali appannaggio della stessa Edison). Nel 2008-2009 entrerà inoltre in funzione il potenziamento del gasdotto TTPC, per complessivi 13 miliardi di metri cubi (di cui Edison ne ha contrattualizzati 2). Ma per incrementare la sicurezza degli approvvigionamenti è necessario diversificare le fonti di approvvigionamento e costruire nuove infrastrutture. Edison è impegnata nella costruzione del rigassificatore di Rovigo, il primo al mondo offshore, che dalla fine del 2008 porterà in Italia gas dal Qatar (6,4 miliardi di metri cubi all’anno), Paese sino a oggi non collegato con l’Europa. Infine, Edison sta realizzando il gasdotto che collegherà l’Italia alla Grecia e, attraverso la Turchia, alle aree del Mar Caspio dove si trovano grandi riserve di gas. Il sistema dei gasdotti, chiamato ITGI, sarà pronto nel 2012 e Edison sta trattando con l’Azerbaijan le forniture di gas, anche in questo caso le prime che arriveranno in Europa da questo Paese. La debolezza dell’Italia è inoltre sull’upstream. Purtroppo, come nel Mare del Nord, anche la produzione di idrocarburi in Italia sta calando. In Italia potrebbe essere utile, al fine di stimolare e indirizzare i nuovi investimenti, una nuova legge obiettivo in materia energetica. È importante utilizzare e massimizzare ciò che esiste; È necessaria una riflessione concreta e non ideologica sul nucleare. Però, se si intraprende la via del nucleare, serve un progetto serio. Non basta la realizzazione di una centrale “simbolica” che non risolverebbe i problemi del Paese, non potrebbe sfruttare le economie di scala associate allo sviluppo di un parco di centrali e non sarebbe sufficiente per incidere sul mix energetico italiano. Una centrale mediamente ha infatti una potenza di 1.000 Megawatt, ma per poter incidere sul mix è necessaria una capacità installata di almeno 10.000 Megawatt. Realizzare un programma nucleare è un obiettivo raggiungibile solo se vengono coinvolti tutti gli stakeholder, viene fatta una adeguata campagna di comunicazione sugli effettivi benefici e sui costi e si sviluppa un progetto credibile, dall’identificazione dei siti alla gestione delle scorie. Conclusioni: Kyoto è un problema reale che riguarda tutto il mondo e anche gli Stati Uniti stanno avviando iniziative di in materia di CO2; La modifica del mix energetico richiede decenni, è quindi necessario decidere adesso quale debba essere il futuro energetico; È necessario intervenire sul mix energetico; Il carbone non rappresenta una soluzione perseguibile; L’energia rinnovabile è oggi molto costosa e tale costo si rifletterebbe sui consumatori finali; Il costo del gas è cruciale per la determinazione del prezzo dell’energia; Non è detto che la Russia sia in grado di soddisfare la crescente domanda di gas europea; Bisogna controllare tutta la catena produttiva; Il costo di trasporto incide pesantemente sul prezzo finale, quindi nella scelta della localizzazione delle infrastrutture bisogna tenerne conto; L’Italia ha la possibilità di diventare un HUB energetico a patto che trovi fonti di approvvigionamento convenienti; La carenza di gas in Italia sarà risolta a partire dal prossimo inverno; È importante considerare il ruolo strategico del nucleare sia intermini di impatto ambientale che in termini di costi.

  • EIN/EPF Seminar - Environmental and energy policy - Londra

    European Ideas Network (EIN) e European Policy Forum (EPF) hanno organizzato un seminario, con il Conservative Party Policy Review, il 19 marzo a Londra, sulle politiche ambientali ed energetiche con il seguente programma: 14.15 – 15.30 Emissions Trading and Carbon Reduction: Chairman of the session: – Rt Hon John Gummer (MP, former UK Secretary of State for the Environment; Chairman; Conservative Party Policy Review working group on the Quality of Life). Presentation: – Dr John Llewellyn (Senior Economic Adviser, Lehman Brothers; former Head of Forecasting, OECD; Author of ‘The Business of Climate Change’). Remarks: – Liz Bossley (Chief Executive, Consilience Energy Advisory Group (CEAG); Director, London Climate Change Services Trade Association); – John Bowis (MEP, former UK Minister of Health and Transport; EPP-ED Group spokesman on Environment and Consumer Protection); – Antoine-Tristan Mocilnikar (Ingénieur en Chef des Mines; Energy Adviser to Interministerial Delegate for Sustainable Development, Paris). 15.30- 16.45 Energy Security and Market Competition: Chairman of the session: – Jacek Saryusz-Wolski (MEP, Chairman, European Parliament’s Foreign Affairs Committee; former Polish Minister for Europe). Presentation: – Alastair Buchanan (Chief Executive, OFGEM). Remarks: – Dr Dieter Helm (Professor of Energy Policy, Oxford University); – Jake Ulrich (Managing Director, Centrica Energy); – Jan-Peter Onstwedder (Project Director, The London Accord; former Head of Risk, Integrated Supply and Trading, BP Oil International). 17.15 – 18.15 Nuclear Power: What role in Energy Security and Carbon Reduction? Chairman of session: – Tim Eggar (Former UK Minister of Energy; Coordinator for Energy, Conservative Party Policy Review). Presentation: – Gunnar Hökmark (MEP, Chairman, Swedish delegation, EPP-ED Group). Remarks: – Colin Scoins (Director, Clean Coal Nuclear Development, E.ON UK); – Francis Bouquillon (Director General, SERCE; Rapporteur, EIN Working Group on Energy and the Environment); – James Mills (Fund Manager, Tudor Investment Corporation). 18.15 – 18.30 Concluding remarks: – Lord Tugendhat (former Vice-President, European Commission; Chairman, European Policy Forum); – James Elles (MEP, Chairman, European Ideas Network).

  • News - Elezioni e asimmetrie informative

    Nell’articolo di Christopher H. Achen e Larry M. Bartels “Ignorance and Bliss in Democratic Politics: Party Competition with Uninformed Voters” si afferma che secondo il modello sviluppato con due partiti che competono (rappresentati da un’unica posizione “forte” in uno spazio ideologico uni-dimensionale) e cittadini ignoranti su quello che è stato realizzato dal partito precedente, le proposte del partito di opposizione, e senza alcuna dimensione ideologica (I cittadini elettori sanno soltanto se l’esperienza passata con ciascun partito è stata positiva o negativa,e votano di conseguenza), il partito di governo cercherà di implementare politiche per l’interesse dell’elettore mediano. Quindi la concorrenza democratica può produrre politiche nell’interesse dei cittadini anche se questi non osservano le scelte dei partiti. Dall’altro lato, secondo alcune esperienze storiche, i sistemi democratici hanno espresso politiche non rappresentative degli interessi per alternative al governo che sono state screditate dalle performance passate.

  • Incontro con il Ministro Maurizio Martina

    Si è tenuto il 12 gennaio l’incontro del Ministro Maurizio Martina con la Fondazione sul tema: "Le sfide di EXPO Milano 2015". A pochi mesi dall’apertura dell’Esposizione Universale di Milano 2015 il Ministro Martina, con delega all’EXPO, ha permesso di fare il punto sulla situazione dei lavori nel sito espositivo e di tracciare obiettivi e aspettative. Il Ministro si è detto certo che il tema scelto per l’esposizione “Feed the Planet” e la firma della “Carta di Milano” da parte dei Paesi aderenti consentiranno di dare un contributo significativo a livello globale sui temi dell’alimentazione e sulle tecniche già in essere o in studio per consentire un più efficace sfruttamento delle nostre risorse ai fini alimentari.

  • Incontro con Alexander Pereira

    Lunedì 18 aprile Fondazione ResPublica ha ospitato il Sovraintendente della Scala Alexander Pereira per un incontro dal titolo “Sostegno e condivisione dei nostri valori culturali”. Pereira nel suo intervento ha ripercorso le tappe del suo avvicinamento alla musica e ha raccontato della bellezza e della complessità nella gestione di un teatro prestigioso come La Scala di Milano.

  • KAS Seminar - Energia rinnovabile e potenzialità dei Paesi in via di sviluppo - Brussels

    La Konrad Adenauer Stiftung organizza a Bruxelles un seminario articolato in due sessioni: 1) Una politica per l’energia rinnovabile tra interessi nazionali e europei e responsabilità globali; 2) Potenzialità e benefici dell’energia rinovabile per i Paesi in via di Sviluppo. 13:45 - 14:00 Welcome and Opening Remarks: - Dr. Gerhard Wahlers (Head of Department of International Cooperation, Konrad-Adenauer-Stiftung); - Ambassador Ortwin Hennig (Vice President and Head of Conflict Prevention Program, EastWest Institute). 14:00 - 15:00 Keynote Speeches: - Mr. Andris Piebalgs (EU Commissioner for Energy); - Dr. Peter Paziorek (Parliamentary State Secretary at the German Federal Ministry of Food, Agriculture and Consumer Protection). 15:00 - 16:30 Session 1 “Renewable Energy Policy of the European Union – Between National/European Interest and Global Responsibilities”: - Herbert Reul (MEP, European Parliament, Committee on Industry, Research and Energy); - Professor Stefan C. Krauter (Chairman, World Council for Renewable Energies Board Member, International Solar Energy Society); - Eric Tang (Policy Officer, Energy and Environment, DG Environment, European Commission); - Simon Worthington (Environmental Senior Policy Adviser, BP Europe); 17.00 - 18:30 Session 2 “Potential and Benefit of Renewable Energy in Developing Countries”: - Nick Mabey (Chief Executive “E3G” (Third Generation Environmentalism), Senior Advisor in the British Prime Minister’s Strategy Unit); - Eric Usher (Head of Renewable Energy Finance at UNEP’s Energy Branch Paris/France); - Professor Mamadou Mansour Kane (Director of the Center of Renewable Energy, Dakar/Senegal); - Professor Weber Antonio Neves Do Amaral (Director of the Brazilian Biofuels Program, Piracicaba/Brazil); - Dr. V.V.N. Kishore (Senior Fellow, The Energy and Resource Institute (TERI), New Dehli/India). 18.30 - 19:00 Conclusions: - Dr. Peter Weilemann (Director of the Konrad-Adenauer-Stiftung’s European Office Brussels); - Dr. Greg Austin (Director for Policy Innovation and Acting Director, Global Security Programme, EastWest Institute).

  • Research - Studiare il fenomeno dell'immigrazione partendo dai comportamenti dell'individuo

    I fenomeni migratori rappresentano uno degli aspetti tipici di un mondo globalizzato. La storia insegna che il contatto con culture differenti provenienti dall’esterno implica cambiamenti nel modo di vivere delle popolazioni autoctone e necessità di integrarsi positivamente con le nuove culture. I flussi migratori dell’era moderna hanno beneficiato di reti di trasporto più efficienti e servizi più accessibili; ciò ha permesso a un numero crescente di persone di muoversi principalmente dalle aree povere del pianeta a quelle più ricche. Queste innovazioni hanno però reso potenzialmente meno irreversibili tali flussi. L’Italia, tra i maggiori paesi di emigrazione del XIX e XX secolo, è a sua volta diventata meta di immigrazione a partire dall’ultimo quarto di secolo del novecento. Il deciso aumento della presenza di cittadini stranieri sul territorio negli ultimi venti anni e l’impatto del fenomeno sulla società e sul sistema economico ha imposto l’immigrazione tra i temi principali della discussione politica e sociale. All’inizio degli anni Novanta il censimento sulla presenza di immigrati sul territorio italiano segnalava 356.159 individui regolarmente presenti sul suolo nazionale, pari allo 0,6% circa della popolazione. Dieci anni dopo, nel 2001, tale percentuale era salita al 2,3%. L’ultima rilevazione (Istat, gennaio 2009) fornisce un dato di 3.891.295 individui pari al 6,5% dei residenti del Paese: + 151,1% negli ultimi sei anni. Cifra che aumenta di almeno un milione se si considera la stima del numero degli immigrati irregolari secondo Caritas Italiana, favoriti dalla pratica diffusa del lavoro nero in particolare nel comparto agricolo. L’Italia viene scelta in quanto percepita come nazione ricca, posizionata al centro del Mediterraneo e quindi facile da raggiungere rispetto ad altri paesi europei. Sempre di più incide l’immigrazione per ricongiungimento famigliare (sottolineata da una percentuale di stranieri che vive in famiglia oramai maggiore del 50%) e l’immigrazione favorita dalla presenza di una comunità organizzata proveniente dal paese di origine che agisce da ponte con la nuova realtà. Risultano preponderanti tra la comunità immigrata i contratti di lavoro dipendente (principalmente a tempo determinato) in particolare femminile di provenienza comunitaria, per colf e badanti, e maschile, sia di provenienza comunitaria che extracomunitaria, nei settori dell’edilizia, della manifattura e dell’agricoltura. Tuttavia la valutazione del contributo economico degli immigrati deve considerare il forte tasso di auto imprenditorialità e propensione al lavoro autonomo degli stranieri in Italia (Rapporto Caritas/Migrantes). A metà del 2009 erano 187.466 i titolari di attività autonome (circa il 6% degli imprenditori del Paese), con una maggiore incidenza di immigrati provenienti dal Marocco, dalla Romania e dalla Cina. Nonostante l’attuale crisi economica, il dato sulle nuove attività per il III trimestre del 2009 (negativo a livello nazionale) ha registrato invece un + 4,4% tra gli stranieri (Istituto Leone Moressa “Crisi e Imprenditorialità etnica in Italia”). I risvolti economici di questo fenomeno sono notevoli non solo per l’Italia ma anche per i Paesi di origine; secondo i dati Bankitalia il valore delle rimesse nel 2008 è stato di circa 6 miliardi di euro considerando i canali formali e di 10 miliardi di euro considerando i canali informali. Una ricerca del Centro Studi Sintesi di Venezia ha calcolato una crescita del volume delle rimesse degli immigrati in Italia nel periodo dal 2000 al 2007 pari al 927%. Un terzo degli immigrati in possesso di lavoro (il dato non considera quindi studenti o disoccupati) invia regolarmente rimesse al paese di origine per un ammontare medio tra i 200 e i 400 euro mensili (Makno & Consulting, 2008). A livello globale le rimesse ammonterebbero invece a 300 miliardi di euro l’anno (Banca Mondiale, 2008), una cifra in grado di dare un forte impulso allo sviluppo dei paesi poveri e di apportare un contributo decisivo al PIL di alcuni paesi (46% del PIL in Tajikistan, 34% in Moldavia). L’analisi di tali flussi rappresenta un importante indicatore del fenomeno migratorio in quanto evidenzia l’intensità delle relazioni con i Paesi di provenienza e, in alcuni casi, la volontà circa il desiderio di costruirsi un futuro nel Paese ospitante o di ritornare nella patria di origine. Tale volontà si riflette anche nel grado di integrazione con la cultura ospitante. Dalla stessa indagine di Makno & Consulting emerge come un terzo circa del campione mostri un bassa conoscenza dell’italiano nel linguaggio parlato e circa la metà ammetta difficoltà nella lettura o nella scrittura. Su tale tale risultato influisce la forte concentrazione di immigrati in aree definite all’interno dei tessuti urbani che favorisce l’utilizzo della lingua d’origine nell’ambiente famigliare e sociale e impedisce l’assimilazione dei tratti culturali propri del luogo. Approfondire le variabili individuali e microeconomiche del fenomeno immigratorio – sia in entrata che in uscita dal Paese – permetterebbe di meglio comprenderne la realtà macro e riuscire quindi, al di fuori della contrapposizione ideologica che spesso anima il dibattito politico, a trovare quelle soluzioni giuridico-amministrative che meglio si adattano alla gestione del fenomeno. Conoscere le dinamiche e prevedere l’impatto delle migrazioni da parte del sistema politico è essenziale per definire quelle politiche di integrazione che, in quanto tali, non si concludano con la sottomissione della cultura più debole ma consentano invece, sulla base del riconoscimento reciproco di diritti universali, la pacifica convivenza di diverse culture. Alessandro Stefano Barbina

  • EIN Seminar - “Eighty years after the crash of 1929: what lessons for today?” - Brussels

    Under the Chairmanship of Jaime Major Oreja, Vice Chairman of the EPP-ED Group, responsible for Political Strategy and the European Ideas Network, this special joint seminar with FAES placed the current financial crisis in a wider historical context. Professor Jean-Christophe Defraigne, Institute of European Studies, FUSL -UCL, reflected on the lessons to be drawn from the way the 1929 re-ordered the world economic order. Professor Pedro Schwarz, Faculty of Economics, Universidad San Pablo CEU, Madrid, looked its long-term legacy of the crash. Alain-Gerard Slama, Philosopher and Historian, Sciences Po, Paris, analysed its political and ideological impact.

  • Research - Gli effetti dell'eccesso di regolamentazione sull'occupazione

    Anche nei Paesi tradizionalmente caratterizzati da un’economia di mercato, la regolamentazione economica è considerata una componente necessaria. Soltanto nella teoria è possibile ipotizzare mercati in cui la libera azione degli agenti economici porta all’equilibrio perfetto, quello dove non c’è spazio per potere di mercato nocivo al benessere dei cittadini-consumatori. L’attributo “perfetto” non appartiene al lessico della vita reale ed un intervento pubblico è richiesto quando il mercato fallisce nel suo obiettivo teorico, e quindi tipicamente per erogare o preservare beni pubblici (difesa e ambiente), oppure per controllare ex-ante o ex-post imprese con rilevante potere di mercato se non monopoliste (regolamentazione dei monopoli naturali da parte delle autorità o interventi sanzionatori da parte dell’Antitrust). Tuttavia, quando l’intervento pubblico cresce oltre un livello minimo, si assiste ad una erosione della libertà e la prima libertà ad essere colpita è quella economica. Ogni attività da parte di un’autorità pubblica ha infatti un costo economico che deve essere finanziato dai cittadini e inoltre anche l’attività di governo ha i suoi “fallimenti”. Secondo George J. Stigler (1971) per esempio, la cattura avviene quando chi ha un elevato interesse per i risultati della regolamentazione può allocare risorse nel tentativo di influenzare le decisioni pubbliche (la legittima attività di lobby). L’impatto delle stesse decisioni sulla collettività non mobilità, però, pari entità di risorse a fronte di un interesse frammentato tra la moltitudine di cittadini. La regolamentazione pubblica potrebbe quindi risultare inefficiente o portare a una riduzione complessiva del benessere per la collettività. È quindi possibile affermare che esiste un livello fisiologico di regolamentazione, per risolvere i naturali fallimenti di mercato, oltre il quale l’intervento diventa patologico con costi superiori ai benefici. L’obiettivo del presente articolo è valutare come la regolamentazione patologica sia legata all’occupazione, variabile-chiave delle politiche economiche dei governi nazionali e dell’Unione Europea (UE) dopo il vertice che ha lanciato la Strategia di Lisbona per la competitività. Se consideriamo la libertà economica come assenza di regolamentazione patologica, possiamo esaminare la correlazione tra l’Index of Economic Freedom (IEF) pubblicato da Heritage Foundation e il tasso di occupazione di Eurostat per un campione di 10 paesi: Germania, Francia, Regno Unito, Italia, Spagna, Polonia, Paesi Bassi, Grecia, Portogallo e Stati Uniti. Utilizzando il punteggio IEF ottenuto dai Paesi nel 2008 (che si riferisce all’anno 2007) e il rispettivo tasso di occupazione nel 2007, si evidenzia una forte correlazione. Tale evidenza statistica non implica tuttavia una relazione causa-effetto. Se analizziamo come le due variabili considerate si comportano a livello di singolo Paese dal 1995 ad oggi emerge una decisa omogeneità nell’andamento ma con una minore volatilità del tasso di occupazione rispetto all’IEF. Le imprese e i lavoratori, infatti, hanno bisogno di adattarsi alle nuove politiche introdotte dai governi, i cui interventi sono invece immediatamente registrati dall’IEF al momento della loro entrata in vigore. Il comportamento delle imprese e dei lavoratori dipende soprattutto da un tipo di regolamentazione specifica, quella del mercato del lavoro. Su questo fronte un intervento è necessario affinché vi sia una contrattazione efficiente tra imprenditori e lavoratori nonché per proteggere questi ultimi da discriminazioni o trattamenti ingiusti. Poiché nell’UE la regolamentazione del mercato del lavoro rimane sostanzialmente nella sovranità degli Stati Membri, non ci deve stupire nel trovare un Paese altamente competitivo come la Germania, 25esimo (su 181 Paesi) nella classifica “Doing Business” della Banca Mondiale, al 142esimo posto per assunzione dei lavoratori, mentre i Paesi Bassi sono un po’ meno competitivi con un mercato del lavoro meno rigido. Per il nostro Paese, nonostante le modifiche normative intervenute negli ultimi anni per rendere il lavoro più flessibile, la competitività rimane soffocata da una burocrazia e da un sistema giudiziario i cui tempi di azione sono inefficienti. I governi di tutto il mondo affrontano la costante sfida di trovare il giusto equilibrio tra protezione dei lavoratori e flessibilità del mercato del lavoro, ma la ricetta perfetta non esiste e la flexicurity europea rimane un neologismo che nasconde una forte eterogeneità tra i Paesi dell’UE e un risultato poco brillante della Strategia di Lisbona. Nelle parole della Commissione europea, la “flessicurezza” è una strategia che combina una sufficiente flessibilità nei dispositivi contrattuali – per consentire alle imprese e ai lavoratori di affrontare il cambiamento – e la sicurezza per i lavoratori di mantenere il loro posto di lavoro o di essere in grado di trovarne uno nuovo in tempi brevi oltre all’assicurazione di un reddito adeguato nei periodi di transizione tra due lavori. Secondo la Banca Mondiale, mentre la regolamentazione del lavoro in genere porta a un incremento del livello dei salari dei lavoratori, un eccesso della stessa può avere effetti indesiderabili. Tra questi una minor creazione di posti di lavoro, imprese più piccole, minori investimenti in ricerca e sviluppo, un allungamento dei periodi di disoccupazione dei lavoratori con il rischio di rendere obsolete le competenze acquisite dagli stessi; tutto ciò ha ovvie ripercussioni sulla crescita della produttività. Stefano Riela

  • Seminario-Government output and productivity measurement: lessons from the international experience

    Presso il Dipartimento della Funzione Pubblica (Palazzo Vidoni, Roma) il 23 e il 24 aprile si è svolto il meeting internazionale sulla misurazione dell’output e della produttività del sistema pubblico. In molti paesi OCSE è cresciuto negli ultimi anni l’interesse per la misurazione dei servizi erogati dallo Stato. Questo anche in considerazione delle tendenze che hanno interessato il sistema pubblico: nuove politiche tese ad incrementare la produttività dei servizi, vincoli di bilancio, cambiamenti istituzionali (sviluppo in molti settori di sistemi di governance multilivello e aumento dei servizi offerti dal settore privato), oltre alle opportunità aperte dalle nuove tecnologie. La volontà di implementare azioni concrete per migliorare la qualità del sistema pubblico ha quindi portato a nuovi sviluppi nei sistemi di misurazione dei servizi erogati. Durante il workshop sono state evidenziate le esperienze di alcuni Paesi europei nella misurazione dell’output del sistema pubblico, sottolineando come ulteriori sviluppi in questa attività possano derivare dal confronto internazionale. Il workshop ha inoltre consentito di disegnare un quadro dello stato attuale dei sistemi di misurazione dell’output a livello europeo focalizzandosi sulla necessità di sostenere un processo di revisione degli stessi concentrato sulla misurazione dei servizi che non posseggono un corrispettivo di mercato (non-market activities) e ampliando l’utilizzo del sistema di misurazione diretta dell’output.

  • EIN/FAES Seminar - Energy + Environment: new options - Madrid

    A FAES and EIN seminar will take place in Madrid on 30 March 2009. Here will be two sessions. The first will consider the future of the Nuclear Energy in Europe whilst the second will examine the topic of ‘Greening the Economy’. Speakers will include: Bonifacio Garcia Porras, European Commission, DG Energy on “Nuclear energy and the future of the energy mix in Europe: a policy approach”; Philippe Brongniart, Ancien membre du directoire de la Fondation pour l’Innovation politique on “The Nuclear Industry”; Dr. Marie-Francoise Praml-Bode, Unternehmenberatung, Düsseldorf on “The Nuclear debate in Germany”; Prof. Gabriel Calzada, Economist, Professor, Rey Juan Carlos University on “A Green economy: what does it mean?”; Jesse Scott, Europe in the World Programme Leader, E3G (Third Generation Environmentalism), Brussels; Research Fellow, European University Institute, Florence; Dr. Jean-Paul Maréchal, Economist; l’Université Rennes 2, Haute Bretagne on “Environmental economics: what about its social cost ?”; David Winston, Winston Group (Washington) on “Assessing the new Administration’s policy and projects in the field of the green economy”; Prof. Jean Didier Vincent, Biologist; Member of the French Academies of Sciences of France and Belgium on “Adjusting to environmental change”.

  • Incontro con Roberto Formigoni

    Lo scorso 2 marzo si è tenuto un incontro con Roberto Formigoni, Presidente della Regione Lombardia. Il suo intervento ha avuto per oggetto tre temi di grande interesse sia per il Paese che per la Regione Lombardia, ovvero la crisi economica, il ruolo degli investimenti infrastrutturali per la competitività del territorio e il federalismo. Nonostante l’attuale scenario internazionale di crisi economica, la Regione Lombardia sta reagendo meglio meglio di altre realtà. Anche a livello di governo regionale sono state adottate varie misure aventi lo scopo di ridurre gli effetti sull’economia e sul benessere dei cittadini e di sostenere le imprese. Nel campo degli investimenti pubblici, di rilevanza strategica per contrastare la crisi, particolare rilievo deve essere dato a quelli infrastrutturali, in grado di avere ricadute positive in diversi settori. Importante obiettivo per la Regione è infatti anche quello di ridurre il gap infrastrutturale tra la Lombardia e le altre regioni. Per quanto riguarda il federalismo, la Regione Lombardia ha sostenuto una riforma ispirata da criteri di efficienza e premialità per le amministrazioni e le aree virtuose del paese in grado di interrompere l’evoluzione crescente della spesa che si è avuta negli anni.

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