Risultati di ricerca
Cerca in questo sito
371 risultati trovati
- Incontro con Roberto Arditti
Nell’ambito degli incontri sull’Expo, il 24 maggio è stato ospite della Fondazione Roberto Arditti, Direttore Comunicazione e Relazioni Esterne di Expo spa. A pochi giorni dall’inaugurazione dell’Expo di Shanghai, al termine della quale verrà ufficialmente passato il testimone a Milano, Arditti ha parlato dell’attuale fase di preparazione dell’evento in cui si stanno portando avanti i progetti infrastrutturali connessi alla manifestazione.
- Incontro con Franco Bernabè
Lo scorso 18 maggio si è tenuto uno dei consueti incontri di Fondazione ResPublica con Franco Bernabè, Presidente di FB Group e già Amministratore Delegato di Telecom Italia e Eni. L’intervento del dott. Bernabè ha approfondito il tema “Il lato oscuro della società dell’informazione”, affrontando diverse questioni legate ai social media, all’informazione, alla privacy. “…Anche a prescindere dalle scelte individuali su quanta tecnologia utilizzare…c’è comunque una fortissima motivazione competitiva a livello collettivo per l’adozione delle tecnologie più avanzate: nessuna azienda e soprattutto nessun sistema economico può prosperare a lungo senza sfruttare al meglio il potenziale tecnologico. Non si tratta di vagliare se spingersi oppure no verso la prossima frontiera tecnologica…ma piuttosto come gestire le conseguenze, a volte indesiderate, di quella frontiera mobile.” (tratto da Aspenia 68/2015).
- Incontro con Carlo Cottarelli
Il 18 gennaio si è svolto come primo incontro del 2016 in Fondazione un incontro con Carlo Cottarelli dal titolo “Debito pubblico: perché troppo debito fa male e come liberarsene senza farsi troppo male”. La Fondazione ha avuto modo di confrontarsi sul tema del debito, oggetto di ricerca da parte del Centro Studi della Fondazione.
- Incontro con Paolo Scaroni
Si è tenuto lunedì 15 febbraio l’incontro con Paolo Scaroni, già amministratore delegato di ENI, sul tema: "Quale futuro per l’energia?". Durante l’incontro sono stati affrontati i temi del basso prezzo del petrolio e del gas e le previsioni per l’andamento dei prezzi delle materie prime energetiche per i prossimi anni, nonché le possibili ripercussioni in termini di politica estera nei confronti dei principali paesi produttori di petrolio e di gas. Scaroni ha anche sottolineato la sua fiducia sul contributo che le fonti rinnovabili, in particolare quella solare, potranno garantire in un prossimo futuro per soddisfare la domanda domestica dell’energia. Questo per Scaroni potrà avvenire non appena i costi per la realizzazione di impianti di generazione autonoma per gli edifici residenziali consentiranno un rapido ritorno dell’investimento.
- News - Il Trattato di Lisbona e la nuova Unione Europea
Il Trattato di Lisbona entra in vigore per creare una nuova UE in grado di tutelare più efficacemente gli interessi dei cittadini europei e far fronte alle sfide poste dalla globalizzazione. Il Dipartimento Politiche Comunitarie spiega le principali novità: viene meno la distinzione tra “Comunità europea” e “Unione Europea”: la prima cessa formalmente di esistere, venendo riassorbita nella seconda. Il Trattato sull’Unione Europea (TUE) conserva il suo titolo attuale, mentre il Trattato che istituisce la Comunità europea (TCE) viene denominato Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TFUE). Questi due Trattati costituiscono i Trattati su cui è fondata l’Unione, che sostituisce e succede alla Comunità; la struttura dell’Unione su tre “pilastri” (Comunità europee, politica estera e di sicurezza comune e cooperazione di polizia e giudiziaria in materia penale), creata dal Trattato di Maastricht del 1992, viene superata. Nel sistema originario ogni “pilastro” aveva procedure proprie e propri strumenti giuridici: la soppressione della distinzione tra i tre “pilastri”, comporta, invece, una sostanziale armonizzazione delle procedure e degli atti giuridici dell’Unione. Procedure specifiche restano applicabili solo nel settore della politica estera e di sicurezza comune (PESC); il ruolo di co-legislatore del Parlamento europeo rispetto al Consiglio viene rafforzato attraverso la generalizzazione della procedura di codecisione, che diventa la procedura legislativa ordinaria. Il Parlamento europeo si trova così ad operare in condizioni di parità con il Consiglio in gran parte dell’attività legislativa, ivi compresi settori chiave quali la politica di libertà, sicurezza e giustizia; il Consiglio europeo diviene un’istituzione a pieno titolo dell’Unione, soggetta al controllo della Corte di giustizia. Inoltre, esso viene dotato di una presidenza stabile. Il Presidente del Consiglio europeo è eletto per un periodo di due anni e mezzo ed il suo mandato è rinnovabile una volta sola. Esso inoltre non può esercitare un mandato nazionale; gli ambiti in cui il Consiglio dell’Unione vota a maggioranza qualificata sono estesi ad ulteriori 40 settori, tra cui lo spazio di libertà sicurezza e giustizia. In un’UE a 27, la riduzione dei casi in cui il Consiglio dell’Unione decide all’unanimità facilita il processo decisionale dell’Unione, che non si troverà più ad essere paralizzato dal voto contrario anche di un solo Stato membro; è prevista l’istituzione della nuova figura dell’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, che riunisce le competenze in precedenza attribuite all’Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune ed al membro della Commissione europea responsabile per le Relazioni Esterne (cd. “doppio cappello”), assumendo il ruolo di vicepresidente della Commissione. L’Alto rappresentante è incaricato del coordinamento dell’azione dell’Unione con i Paesi terzi e ha il potere di presentare al Consiglio proposte in materia. Questa nuova figura è destinata a conferire all’azione esterna dell’UE maggiore impatto, coerenza e visibilità; è assicurata una maggiore legittimazione e semplificazione del processo decisionale in un’Europa ampliata, grazie ad un nuovo metodo di calcolo della maggioranza qualificata in sede di Consiglio dell’Unione. La maggioranza qualificata non si basa più sui voti ponderati attribuiti a ciascuno Stato membro, ma su un sistema detto di “doppia maggioranza”, ideato per riflettere anche a livello di Consiglio la duplice legittimazione dell’Unione, che è contemporaneamente un’unione di Stati ed un’unione di cittadini; per la prima volta nell’ambito dell’Unione trova spazio il principio della democrazia partecipativa. In tale contesto viene previsto il diritto di iniziativa popolare, che consente ad un milione di cittadini europei (su una popolazione comunitaria di circa 500 milioni di abitanti) di chiedere alla Commissione di presentare una proposta legislativa; la Carta dei diritti fondamentali, che elenca i diritti civili, politici, economici e sociali riconosciuti ai cittadini europei, assume lo stesso valore giuridico dei Trattati. Il disposto della Carta si applica pienamente alle misure di attuazione del diritto dell’Unione; il ruolo dei Parlamenti nazionali nel contesto dell’UE viene potenziato. Aumenta la loro informazione da parte delle istituzioni europee, attraverso la trasmissione diretta degli atti maggiormente rilevanti; ad essi è inoltre attribuita una funzione di controllo del rispetto del principio di sussidiarietà da parte dell’Unione. Tra le loro nuove prerogative vi sono anche la partecipazione alle procedure di revisione dei Trattati e il potere di veto assoluto nei confronti di una revisione semplificata; l’Unione vede potenziata la sua capacità d’azione, grazie a nuove basi giuridiche in materia di energia, sanità e protezione civile. Sono inoltre previste nuove disposizioni concernenti i cambiamenti climatici, i servizi di interesse generale, la ricerca e lo sviluppo tecnologico, la coesione territoriale, lo spazio, gli aiuti umanitari, lo sport, il turismo e la cooperazione amministrativa.
- Incontro con Enrico Cisnetto
Enrico Cisnetto, editorialista, opinionista e presidente della Fondazione Società Aperta, a “59 minuti con…” fa il punto sulla situazione economica in Italia. Martedì 24 febbraio ha avuto luogo un altro incontro di “59 minuti con…”, l’iniziativa della Fondazione che riunisce attorno ad un tavolo giovani imprenditori e figure di spicco del mondo sociale ed economico. Secondo il relatore, Enrico Cisnetto, sulla genesi della crisi mondiale che stiamo vivendo si è molto dibattuto in questi mesi, mentre ancora poco si è evoluta la discussione sulle possibili soluzioni applicabili. Nel nostro Paese, le conseguenze della crisi internazionale si sono sommate ad un contesto di “declino strutturale” cominciato negli anni Novanta, quando non si è riusciti a cogliere i cambiamenti determinati dalla caduta del muro di Berlino, dalla globalizzazione, dalla moneta unica europea e dalla creazione di nuovi strumenti finanziari sui mercati internazionali. In Italia si sono conservati i modelli industriali e sociali ereditati dal passato, non in linea con le nuove sfide mondiali. Allo stato attuale possiamo però affermare che in questa crisi vi è stato il superamento della contrapposizione tra liberisti e statalisti sul ruolo dello stato nell’economia, nella consapevolezza che oggi è impensabile non ipotizzare un coinvolgimento pubblico. Nella situazione italiana, caratterizzata da elevato debito pubblico, si è creata la contrapposizione tra chi invoca una spesa significativa rimandando i problemi legati alla crescita del debito, e chi preme sulla necessità di evitare una sua ulteriore esplosione. Per ora l’emissione di nuovo debito sembrerebbe una strada da evitare secondo la maggioranza degli economisti, a meno che la crisi non si prolunghi. Per contrastare la recessione si è pensato di intervenire con una manovra di spesa pari ad un punto percentuale del PIL. Tuttavia un intervento potrebbe dirsi efficace solo se pari ad almeno 200 Mld di euro (12% del PIL). Le fonti per reperire una tale cifra sono note, in quanto si tratta delle maggiori voci di spesa del nostro Paese: la previdenza, la sanità, l’apparato istituzionale e il debito pubblico. 1) Per reperire fondi dalla previdenza sarebbe necessario un aumento significativo dell’età pensionabile. Si potrebbe “approfittare” dello stato di emergenza dovuto alla crisi per attuare queste riforme, anche se la percezione presso la popolazione della gravità della crisi non è tale da rendere possibili azioni di questo tipo. 2) La spesa sanitaria pesa per circa la metà sulla spesa totale e l’allocazione della responsabilità, passata a livello regionale, ha contribuito ad un aumento significativo di questa, accompagnato dalla scarsa trasparenza sui costi. 3) La questione istituzionale si collega alla svolta federalista in atto. Per ora i maggiori poteri nelle mani degli enti locali hanno comportato un aumento della spesa pubblica o ostacolato decisioni prese dai livelli più a monte con conseguenti sprechi di denaro. Tra le varie ipotesi si potrebbe considerare l’abolizione delle province (ipotizzabili in 17 Mld di minori spese) e l’accorpamento dei Comuni più piccoli, ma anche di alcune Regioni, in modo da creare dei bacini, in linea per esempio con le dimensioni dei Lander tedeschi. 4) La riduzione del debito consentirebbe di ridurre l’entità degli interessi passivi pagati (nel 2008 erano pari a 80 Mld di euro). La proposta del Prof. Guarino relativa alla creazione, e alla quotazione in borsa, di una società ad hoc detentrice di tutti i beni e delle attività pubbliche consentirebbe una riduzione del debito del 30% circa. Nel nostro Paese esiste anche un problema “politico” per il quale il sistema maggioritario è responsabile di un dualismo e di un’alternanza costante che impediscono di dare vita a governi di coalizione con ampie maggioranze sui temi sensibili. Inoltre, la crisi sta attualmente “mordendo” un numero limitato di persone e gli appelli all’ottimismo da parte del governo funzionano sulla percezione diffusa, per questo è ancora difficile toccare i quattro punti sopra esposti. Una volta ottenute le risorse aggiuntive, rimarrebbe però il problema della loro allocazione. Tra le necessità più urgenti vi è la definizione di una chiara politica industriale basata su una strategia di lungo periodo, facendo dell’Italia un hub per i rapporti tra l’Europa occidentale e l’Asia, valorizzando il settore turistico, ristrutturando il settore manifatturiero e investendo in mobilità, infrastrutture ed energia.
- Incontro Junior Fellows con Umberto Paolucci
Il terzo incontro del gruppo “Junior Fellows” organizzato da ResPublica in collaborazione con il Centro Toqueville-Acton si è tenuto a Milano il 22 febbraio sul tema “L’Information Technology in una società che cambia”. Relatore dell’incontro è stato Umberto Paolucci, Senior Chairman Microsoft EMEA e Vicepresidente di Microsoft Corporation. In una società in continua evoluzione, anche l’uso della tecnologia è soggetto a molteplici cambiamenti. L’utilizzo della rete come mezzo di comunicazione, ad esempio, è in costante crescita. Questo comporterà nuovi sviluppi tecnologici che nel prossimo futuro entreranno a far parte del mondo professionale e della vita quotidiana, creando un nuovo rapporto tra uomo e tecnologia. Ci troviamo di fronte alla “Internet of Things” e alle potenzialità della “cloud” per l’organizzazione e la gestione delle informazioni. L’evolversi della tecnologia avrà importanti ricadute anche nei rapporti tra il governo e il cittadino. Le amministrazioni saranno in grado di avere una “visione globale” del cittadino nell’arco di tutta la sua vita (neonato, studente, lavoratore, pensionato,..) e di poter così offrire servizi migliori e mirati. Da non dimenticare sono anche le applicazioni didattiche della tecnologia, che permetteranno di sviluppare una scuola sempre più interattiva, e quelle nel campo della sanità che favoriranno la collaborazione, l’accesso ai dati e l’elaborazione della conoscenza. L’ufficio del futuro non sarà vincolato ad un luogo fisico: le persone potranno lavorare ovunque avendo accesso ai propri dati disponibili “in the cloud”. La tendenza a realizzare l’innovazione verso nuove tecnologie in ambiti come l’ufficio si scontra oggi con la limitazione degli investimenti proprio in quest’area. La tecnologia e gli investimenti in innovazione possono invece fare la differenza per cogliere nuove opportunità e consentire, in momenti come quello presente, un’accelerazione della ripresa.
- Nuovo libro FAES: “Causas y remedios de las crisis económicas. El debate económico Hayek-Keynes”
La Fondazione FAES pubblica un libro di José Luis Feito dal titolo “Causas y remedios de las crisis económicas. El debate económico Hayek-Keynes, 70 años después”. Negli anni Trenta del secolo scorso, Hayek e Keynes tennero un appassionante dibattito sui rimedi principali per risolvere la crisi della Grande Depressione. Quegli eventi, che cambiarono la storia economica, rivestono oggi un carattere di grande attualità di fronte agli effetti della grave crisi finanziaria in atto. José Luis Feito analizza entrambe le crisi e le differenti politiche economiche che derivarono dalle strategie analitiche di uno e dell’altro autore.
- Sussidarietà e Riforme Costituzionali - Giulio Tremonti
Nel tempo presente, nell’Europa continentale, la questione politica fondamentale è la questione del potere. I popoli domandano, i governi non hanno potere sufficiente per rispondere. L’asimmetria tra la domanda e l’offerta erode progressivamente le basi della politica, apre spazio all’antipolitica. Per mezzo secolo, dalla caduta dei regimi totalitari con la seconda guerra mondiale ad oggi, la questione del potere è stata trattata in senso “negativo”: come contenere il potere dei governi, come eliminare il rischio di eccessi di potere. La Costituzione della Repubblica italiana ne è l’emblema. Nel tempo presente la questione del potere si pone in termini esattamente rovesciati. La questione del potere, la questione del rapporto tra potere e democrazia, permane ma in termini rovesciati: il problema non è più quello di conservare la democrazia controllando il potere del governo, ma all’opposto quello di consolidarlo, accrescendo il potere dei governi, alla ricerca di un nuovo equilibrio tra intensità delle domande e capacità di soddisfarle. In questi termini si pone oggi il problema del potere dei governi: non si pone in termini autocratici, ma all’opposto democratici. Nell’Europa continentale l’intensificazione del potere dei governi procede su due forme: orizzontale e verticale. La forma “orizzontale” è quella delle grandi coalizioni. La formula delle grandi coalizioni da eccezione sta diventando la regola; da eccezione tedesca sta diventando formula politica diffusa e ad espansione crescente: dalla Germania all’Austria, dal Lussemburgo all’Olanda, ecc.La grande coalizione è cosa molto diversa da quello che da noi si chiama qualche volta “grande centro” (che poi in realtà è tutto fuorché grande, perché risponde ad un oscuro disegno che oscilla tra l’elitario e il velleitario). La coalizione è grande perché si basa sull’accordo tra grandi forze politiche, tra grandi forze politiche capaci per questo di mobilitare il consenso di grandi masse popolari. I grandi partiti conservano la loro identità – popolare o socialista – ma concordano una “agenda comune”. Una agenda che per un catalogo determinato di cose da fare e per un tempo determinato costituisce un comune programma di azione. La forma “verticale” è quella che si sta costruendo in Francia. La figura costituzionale del Presidente francese cumula una grandissima quantità di potere, paragonabile ai poteri del presidente della Repubblica italiana sommati a quelli del capo del Governo italiano. Se è permessa un’immagine, le prerogative che ha Napolitano più quelle che aveva Berlusconi. Alle elezioni presidenziali Nicolas Sarkozy ha vinto le elezioni con il 53%. Tuttavia sente che tutto questo non basta. Una “impopolare” proposta di riforma in materia di lavoro lo porterebbe sotto nei sondaggi e dunque sotto nel potere. E’ per questo che si sta pianificando il passaggio dalla Quinta alla Sesta repubblica, intesa questa come sistema costituzionale capace di reggere la sfida della modernità. Rispetto a questo disegno il coinvolgimento in vari ruoli di varie personalità è più folkloristico che strategico. In Italia è l’opposto. Il potere non si intensifica – orizzontalmente o verticalmente – ma si è prima demoltiplicato e poi disintegrato. Nei termini che seguono. La demoltiplicazione del potere è l’effetto della democrazia del Sessantotto, della democrazia degli aggettivi, della democrazia permanente, della democrazia dei sindacati universali e dei comitati territoriali. Inoltre, una quota importante del quadro residuo del potere si è inceppata con la riforma del Titolo V della Costituzione del 2001. L’Italia è l’unico Paese dove sono state regionalizzate materie come “grandi reti di trasporto e di navigazione” e “distribuzione nazionale dell’energia”. Lo Stato in queste materie può dettare solo principi fondamentali. La Corte costituzionale ha dovuto fare acrobazie argomentative per salvare la “legge obiettivo”, che rischiava di saltare per questo motivo. Voluta e votata dal centro sinistra, la riforma del Titolo V svuota il “centralismo” senza creare il “federalismo”. Non si dimentichi che la bozza di riforma costituzionale approvata a partire dal 2003, contro cui la sinistra si è scagliata, centralizzava molte delle funzioni impropriamente trasferite alle regioni. La disintegrazione del potere ha subito una accelerazione crescente con il Governo Prodi, che non ha vinto ma solo pareggiato le elezioni, che nel solo fatto di esistere manifesta il suo avventurismo. E’ un governo che si è presentato agli elettori mettendo nel suo programma un elenco di gravi e grandi problemi e pretende di risolverli con minimi numeri: più ventiquattromila voti alla Camera, meno duecentomila al Senato. E’ un governo che sopravvive solo perché non decide. Dal sondaggio della Fondazione per la Sussidiarietà emerge una domanda fortissima di uscire da questa anomalia. Non basta e non sarebbe corretto identificare nella debolezza del Governo il principio e la fine dell’empasse da cui gli italiani vogliono uscire. Quali formule di soluzione coerenti con il risultato del sondaggio? Essenzialmente due. Una riforma costituzionale – non solo elettorale – che replicando lo schema del 2003-2006 da una parte concentri il potere del governo, dall’altra parte organizzi il federalismo. L’apertura di spazi crescenti alla democrazia diretta, alla partecipazione dei cittadini alla vita civile e sociale, non solo politica. La politica può essere cattiva o buona, odiata o amata. E’ cattiva la politica che ignora la realtà o che pretende di modificare la realtà convinta di saperne di più. E’ buona la politica che parte dalla realtà e l’asseconda, la favorisce nelle sue tendenze positive. E’ arrivato il momento storico di andare oltre il principio no taxation without representation: non è più sufficiente dare ai cittadini il diritto di votare, è necessario dare loro anche il potere di decidere direttamente sulla destinazione meritevole e responsabile del denaro che danno pagando le tasse. In questi termini il caso del cinque per mille per Non Profit, ricerca scientifica, ecc., introdotto in forma sperimentale nel 2005-2006 e scelto da più di sedici milioni di italiani è assolutamente indicativo e positivo. E’ questa la strada da percorrere. Essa indica l’opposto di quello che vuol far credere l’antipolitica. Non è vero che gli italiani non vogliono pagare le tasse, non è vero che gli italiani non vogliono partecipare alla vita sociale, è vero l’opposto. E’ questa la ragione per cui va sviluppata la meccanica del cinque per mille, una meccanica che va dal basso verso l’alto, dalla società verso lo Stato. Non per erodere le basi della politica, all’opposto per conservare le basi della democrazia.
- EIN Seminar - Politica commerciale europea tra rischi e opportunità - Berlino
Nell’ambito delle attività della task force di EIN dedicata alla politica commerciale, la Fondazione Konrad Adenauer organizza un workshop per trattare i seguenti temi: 1) The Report on Global Europe – External aspects of competitiveness: insights and further need for discussion; 2) Bilateral vs. multilateral trade agreements: economic effects and options for the EU; 3) Environmental and social standards: arguments against the integration into (EU) trade policy and alternative options for their enforcement; 4) Unfair competition from emerging market economies: What options for the EU?. Parteciperanno: Daniel Caspary, Claudio Dordi, Lothar Funk, Christina Langhorst, Jürgen Matthes, Patrick Messerlin, Stormy Mildner, Alexander Raubold, Stefano Riela, Stefan Tangermann, Ulrich Thießen, Christian Tietje, Florian Ziegenbalg.
- Seminario - Indipendenza energetica dell’Unione Europea: il ruolo del Mar Nero
La dipendenza energetica dell’Unione Europea è al centro del dibattito politico in tutti gli Stati membri. Ecco alcuni dei punti focali del dibattito organizzato sul tema dalla Fondation pour L’innovation Politique (Fondapol). INDEPENDANCE ENERGETIQUE DE L’UE: L’ENJEU DE LA MER NOIRE Independance energetique de l’ue: l’enjeu de la mer noire Compte rendu du petit-déjeuner débat du 7 novembre 2007 à la Fondation pour l’innovation politique. Les contributeurs au débat Débat animé par Elvire Fabry, directeur du pôle Europe-International à la Fondation pour l’innovation politique. Avec la participation de: - Andreas Schockenhoff, membre du Bundestag, vice-président du groupe CDU-CSU, president du groupe d’amitié interparlementaire franco-allemand, coordinateur fédéral pour la collaboration germano-russe au niveau de la société, auteur du document de travail «Pour une politique régionale de l’UE autour de la mer Noire» publié par la Fondation pour l’innovation politique; - Agnija Rasa, membre du cabinet du commissaire européen en charge de l’énergie, Andris Piebalgs; - Alexandre Vulic, sous-directeur de l’Europe orientale au ministère des Affaires étrangères. Compte rendu des débats La dépendance énergétique de l’Union Européenne est aujourd’hui au coeur des préoccupations des Européens et elle le sera encore davantage s’il est vrai que, comme anticipé par l’Agence internationale de l’énergie, cette dépendance va passer de 50 % en 2000 à 70 % en 2030. Le débat engagé le 7 novembre à la Fondation pour l’innovation politique autour du thème «L’indépendance énergétique de l’Union Européenne : l’enjeu de la mer Noire» a toutefois fait émerger une autre notion, celle d’interdépendance : en effet, s’il est vrai qu’en Europe l’offre interne d’énergie diminue, alors que la demande ne cesse de croître, et que dans ce contexte la relation avec la Russie, notre principale fournisseur, devient de plus en plus importante et délicate, les intervenants ont en même temps souligné que cette relation de dépendance n’est pas à sens unique. La Russie n’a pas en effet, selon Alexandre Vulic (sous-directeur de l’Europe Orientale au ministère des Affaires étrangères), d’autres acheteurs crédibles, en matière d’énergie, que l’Union européenne, bien que, comme rappelé par le sénateur Montesquiou, elle essaie de s’ouvrir davantage à l’est (Chine, Corée, Japon). De plus, du fait du manque d’une véritable stratégie d’investissement dans les infrastructures, la Russie reste dépendante de l’Europe, pour ses technologies et la modernisation de son économie, et des pays d’Asie centrale, pour leurs réserves gazières. Dans ce contexte, la poursuite de vingt-sept politiques différentes à l’égard des pays producteurs comme des pays de transit pose aujourd’hui problème. Plusieurs initiatives ont ainsi été prises pour faire émerger une politique énergétique extérieure commune, qui permette à l’Europe d’assurer la sécurité de l’approvisionnement, comme témoigné par Agnija Rasa, membre du Cabinet du Commissaire Européen en charge de l’énergie. La Commission, suite notamment aux événements de janvier 2006, « quand l’Union Européenne a réalisé la fragilité de ses dépendances des approvisionnements extérieurs », a en effet proposé un ensemble de mesures concernant un large éventail de questions, telles l’efficacité énergétique, les énergies renouvelables, les technologies, la libéralisation du marché intérieur et la politique extérieure de l’énergie. En ce qui concerne la région de la mer Noire, l’UE dispose d’abord d’instruments bilatéraux: la politique de pré-adhésion avec la Turquie, les protocoles de coopération énergétique avec l’Ukraine et, avec la Russie, le dialogue énergétique sur les thèmes de l’efficacité énergétique et des échanges sur les stratégies énergétiques et sur le développement des marchés. Mais l’UE est aussi à l’origine de deux initiatives régionales : le processus de coopération pour les pays riverains de la mer Caspienne et la mer Noire et surtout la communauté de l’énergie, qui vise à étendre le marché intérieur du gaz et de l’électricité de l’Union Européenne au-delà de ses frontières. Initialement conçu pour les pays des Balkans, ce traité reste ouvert pour tout autre pays : l’Ukraine et la Moldavie ont ainsi demandé à en devenir partenaires, alors que les négociations continuent avec la Turquie. M. Vulic met toutefois en évidence les limites et les retards dans la construction d’une véritable politique européenne commune de l’énergie, critique qui émerge aussi dans les remarques faites par le public, notamment le Sénateur Montesquiou. Ce qui manque, selon M. Vulic, c’est une véritable politique extérieure de l’énergie, pour la gestion de la dépendance et fondée sur cinq éléments : 1. une stratégie qui synthétise les concepts touchant à la sécurité énergétique (transparence, ouverture, diversification, solidarité) et qui précise la stratégie européenne de sécurité de 2003, limitée pour le moment aux seuls aspects militaires; 2. un dispositif complet de sécurité énergétique à l’échelle de l’Union Européenne, pour gérer les crises, envisager des stocks, coordonner les mesures nationales; 3. le renforcement de l’efficacité énergétique, avec une approche interne mais aussi externe, notamment pour aider les pays voisins à moderniser leurs infrastructures énergétiques; 4. une discipline collective des politiques énergétiques nationales, y compris au niveau industriel; 5. un accès direct aux sources d’approvisionnement de l’Asie Centrale, afin de « diversifier cette dépendance avec de nouvelles routes d’approvisionnement ». Le problème, comme le souligne Mme Rasa, est que les traités ne fournissent de véritable base juridique que pour le marché interne, alors que la prise en charge des relations énergétiques extérieures reste limitée par les importantes relations bilatérales déjà développées par les États membres. Le traité réformateur apporte toutefois une première réponse, en introduisant deux éléments nouveaux : la solidarité entre les États et le développement des interconnexions énergétiques, afin de pouvoir réaliser cette solidarité. La proposition du parlementaire allemand Andreas Schockenhoff, à partir de laquelle la discussion avait été engagée, a toutefois une ambition qui va au-delà des simples questions énergétiques : la région de la mer Noire n’est en effet pas seulement une voie d’acheminement essentielle de ressources énergétiques, mais aussi une zone de transit stratégique pour le crime organisé, la traite des êtres humains, le trafic d’armes et de drogue et le terrorisme, ainsi que le théâtre de nombreux foyers de conflits (Transnistrie, Abkhazie, Ossétie du sud, Haut-Karabakh), qui constituent des défis considérables pour la stabilité et la sécurité de l’Europe. M. Schockenhoff plaide donc en faveur d’une politique régionale autour de la mer Noire, d’une coopération politique, économique et culturelle plus étroite, dans le domaine de l’énergie (notamment le développement des infrastructures et l’intégration des marchés), mais aussi de la coopération économique (en vue de la création d’une zone de libre échange), de l’environnement, de la coopération judiciaire et policière, des échanges dans la société civile (notamment avec l’assouplissement des conditions de circulation des personnes et la mise en place de programmes européens spécifiques) et enfin de la résolution des « conflits gelés » . Il s’agit donc de « dépasser les limites de la politique européenne de voisinage et d’étendre l’espace juridique européen » aux pays voisins, afin que l’Union européenne puisse jouer un rôle plus actif dans la région, non pas pour y projeter une stratégie globale, mais pour créer un effet de catalyseur, de synergie entre les initiatives existantes. Le cadre institutionnel serait caractérisé par ce que M. Schockenhoff définit comme une « approche ascendante à géométrie variable » sur des projets concrets, l’expérience de la BSEC (Black Sea Economic Cooperation) ayant montré les limites des décisions à unanimité. Bien qu’une approche régionale puisse présenter des avantages intéressants, les États restent tout de même les principaux interlocuteurs, car les finalités et le point de départ dans cette coopération pour chaque pays sont différents. Les trois intervenants s’accordent en effet sur la nécessaire complémentarité entre une approche régionale et l’engagement des États riverains de la mer Noire, en particulier: 1. Bulgarie et Roumanie: l’adhésion de ces deux pays à l’Union Européenne joue en faveur d’un rôle plus fort de l’UE dans la région. 2. Turquie: qu’il y ait adhésion ou partenariat privilégié, ce que les intervenants considèrent le plus probable, sa modernisation est dans notre intérêt commun. La Turquie est en effet notre allié ancien dans l’alliance atlantique, ainsi qu’un pays de transit absolument fondamental pour la sécurité énergétique. C’est donc une situation d’alliance stratégique que nous devons rechercher, par exemple en soutenant le projet Nabucco. 3. Russie: bien que partenaire de plus en plus exigeant, maintenant qu’elle a retrouvé une nouvelle assurance sur la scène internationale, elle reste importante par sa taille, son poids économique et militaire, ses richesses énergétiques et son potentiel économique. Russie et Union Européenne se trouvent certes dans une situation de concurrence, économique, mais aussi de modèle politique, dans ce que les Russes appellent « l’étranger proche » et nous le « voisinage », mais ceci n’est pas un obstacle à un partenariat privilégié, basé sur des valeurs communes et qui s’exprime aussi par une politique extérieure commune dans la région. Il ne faut donc pas négliger la demande de la Russie d’être associée en amont, notamment sur les questions économiques, les infrastructures, le terrorisme, la criminalité, l’immigration et l’environnement, tout en sachant qu’on ne pourra pas l’associer à tout et de manière trop anticipée. Le dialogue avec la Russie est essentiel pour assurer la sécurité énergétique de l’Europe, notamment pour les pays du centre et de l’est européen, qui dépendent parfois à plus de 80% du gaz russe. 4. Ukraine: la coopération avec ce pays et avec les autres de la région n’est pas freinée par les exigences européennes en matière de démocratie, état de droit, liberté d’opinion, droits de l’homme et renforcement de la société civile (contrairement à ce qui arrive avec certains pays du sud de la Méditerranée, ce qui distingue ce projet de celui de l’Union méditérannéenne). Les pays de la région sont en effet déjà tenus par les engagements pris dans le Conseil d’Europe et aussi incités par la perspective d’une plus grande intégration à l’UE, voire de l’adhésion. L’Ukraine a explicitement exprimé une stratégie de rapprochement avec l’Union Européenne dans tous les domaines et il est dans l’intérêt de l’Union de conforter cette évolution, notamment par le soutien à la modernisation de ses infrastructures énergétiques et de stockage du gaz. 5. Asie centrale: dans cette région, « les cartes sont en train de se redistribuer»: en mai, à l’occasion de l’accord de Turkmenbachi avec la Russie pour l’organisation du marché gazier, Turkmènes et Kazakhs ont ouvert une porte à l’Union Européenne, afin de ne pas s’enfermer dans une relation avec la Russie et nous avons tout intérêt à leur prêter attention, notamment en développant les infrastructures nécessaires et un climat juridique favorable aux investissements. En ce qui concerne les conflits gelés, la clé est certes à Moscou, mais l’Union peut tout de même aider et accompagner un éventuel accord, à travers l’action des représentants spéciaux, des opérations de gestion de crise ou de maintien de la paix, des mesures de confiance. L’intervention du public a enfin contribué à faire émerger des thématiques qui n’avaient pas été abordées ou assez approfondies dans les exposés : 1. la nécessité d’une réflexion sur le recours à l’énergie nucléaire civil pour la région mer Noire, afin de diversifier les sources d’approvisionnement énergétique; 2. l’importance de pousser l’Iran à être un partenaire fiable de la communauté internationale, notamment pour les opportunités qu’une relation avec ce pays peut avoir pour les grandes entreprises européennes du gaz liquide; 3. la relation avec les États-Unis, qui ont dans la région des intérêts différents des ceux de l’Union Européenne, plus centrés sur des questions de sécurité, et la nécessité d’aborder ses questions aussi sous un angle transatlantique. Réactions au débat Le débat avec le public n’ayant pas permis à tous de s’exprimer, Başak Yalçin, Premier Secrétaire de l’Ambassade de Turquie, a tenu à nous faire part des remarques suivantes: « Suite aux remarques de M. Aita, rédacteur en chef du Monde diplomatique-édition arabe, qui évoquait le danger de perdre la Turquie en mettant en question sa perspective d’adhésion à l’UE et en sympathisant avec les activités terroristes du PKK, M.Schockenhoff a réagi en notant que la Turquie n’adhérait pas à l’héritage culturel et identitaire commun à l’Europe et que par conséquent la perspective d’adhésion n’était pas une éventualité. Justement, c’est tout à fait cette réponse qui risque d’éloigner davantage la Turquie. Dire qu’il est « différent et autre » à un pays européen engagé dans des relations exceptionnelles avec l’UE depuis presque cinquante ans est plutôt tardif. Je tiens à rappeler, par votre intermédiaire, à M. Schockhenhoff que la question de la prétendue «différence culturelle» de la Turquie n’était guère évoquée lorsqu’elle est devenue membre de l’OTAN, du Conseil de l’Europe, de l’OCDE, de l’OSCE et surtout elle ne l’a pas été au lancement des négociations d’adhésion avec l’UE le 3 octobre 2005. Il faut également se rappeler que la politique de l’UE en ce qui concerne la culture est basée sur le principe de «l’unité dans la diversité» et qu’il n’y a pas de définition d’une culture commune européenne. Pour l’opinion publique turque et heureusement pour beaucoup d’Européens, il est clair que la Turquie appartient à l’Europe, fait partie intégrante du système européen des valeurs démocratiques et peut apporter en Europe une contribution importante au dialogue et à l’harmonie entre les cultures. C’est pour cette raison que je crains que l’intégration européenne demeure inachevée sans l’adhésion de la Turquie à l’UE».
- Paper - Towards a European healthcare system (di Francesco Velo, Università di Pavia)
Health care has emerged in industrialised countries as an important pillar of national economies: for this reason, health care is now a matter of social and economic policy. This provides an opportunity for rethinking national and European health care policy, offering a stronger support to European competitiveness. At the same time, this may lead to a broader defense of the rights of European citizens and to a reinforcement of European institutions. by Francesco Velo, Università di Pavia Today, Europe is facing two alternatives. The first one consists of developing its ability to supply top level health care services and to develop research programmes: this means that investments will be oriented by a long-term vision. The second alternative is to become a buyer of services, delegating to other systems the task of developing technologies and know-how; this means that European financial resources will be used on international markets to buy health care services for European citizens from other nations. The healthcare sector towards the 20th century. For a long time, health care has been considered almost exclusively as a matter of social policy makers. Nowadays, the importance of the health care sector is growing, because of its social relevance, but also because of its economic and financial significance. The key point is that health care has to be considered as an economic sector, which may contribute to create health, as well as wealth. During the 20th century, health care systems have changed. The needs of citizens and customers have evolved, growing in number and quality. The demand for more complex health care services, the rising costs of health care technologies, the difficulty in raising the funds for health care expenditure has lead to the widespread appearance of a new approach: limited resources have to be used in a better way, and more attention to efficacy and efficiency is to be paid. Looking at what happened in all industrialised countries, we can identify two basic models to which we can refer: the European model, solidarity oriented, and the United States model, individualistic oriented. Within the two alternatives, public and private subjects play different roles. Historically, the United States model has mostly pursued efficiency. The primary targets of the European model can be identified in the protection of the equal and universal access to services. The limitations of the European model have therefore usually been identified in the fact that the patients’ freedom of choice, efficiency and the development of innovation and research programmes are in fact second-choice targets. Most European countries have developed their own model, away from the traditions of the old continent. In this situation, some Countries have developed a specific national model that is different from the European traditional model. Through this course of action, they have begun developing a new model, leading a bottom-up experimental process without the guidelines of a coherent European initiative. Efforts have been made to get over the specific limitations of the two traditional models of health care services. The development of solidarity measures, by hand of public and private subjects, has mitigated the individualistic nature of the United States model. Considering the health care reforms that have been carried out in European Countries, some considerations can be made. Firstly, today’s European health care reforms share the common goal of improving health care management, a goal that is pursued by promoting competition between the players that offer health care services. For this reason, in every national system we are now facing a re-equilibration process between public and private sectors (profit and non-profit), as a tool for reinforcing the functionality of the health care system. Similarly, it is possible to set rules between public players in order to increase competition and, as a result, improve their efficiency. Secondly, the improvement of health care system management has been pursued by an attempt to reinforce the ability of institutions to play a regulatory role. This has been done to temper the benefits of competition, with the protection of the quality of services, and those of the level of solidarity traditionally granted by the system. Similarly, the role of National Authorities is evolving in several countries, where the financing of health care expenditure is delegated to a wider range of subjects. Financial backers of health care expenditure tend to form a network, organized by a common project or by a spontaneous competitive adaptation process. The way this network is organized may vary from one country to the next, but it tends to abide by the principle of subsidiarity in almost every country. Thirdly, most European Countries are approaching health care sector criticalities by prioritising short term consumption over long term investments. This means that an erosion of the assets accumulated in previous years is in progress which passes on to future generations the task of restarting the accumulation process on which the development and modernization of the whole system depends. Several European health care services seem to have chosen to promote immediate consumption in order to reach a higher level of short term solidarity. The alternative is to use the scarce resources available to start investments and to promote long-term development. Investments promote intergenerational solidarity and may involve present as well as future generations: this is particularly true in reference to long-term investments. The development of the immediate consumption of health care services advances solidarity among co-existing generations, from younger to older citizens. The fact that every system is trying to improve health care management can be described as an effort to solve the dilemma of long-term investments versus short-term solidarity, which would free resources that may help in reaching the two goals. Cost-cut strategies cannot be considered as a solution to structural health care system problems, but only as a way to postpone the time when structural solutions will be implemented. Cost-cut strategies are in fact destructive if they are not jointly proposed with a long-term development and modernization-oriented strategy. The growth in public expenditure for health care is going to climb to 10% of GDP in Europe. In the USA, health expenditure is nearly 15% of GDP and it is expected to reach 20% in the coming years. In other sectors, the basic choice that started a new cycle of development and modernization was the participation in the European integration process. The creation of a single market has involved different sectors of the economy at different times, following a precise sequence characterized by the criticalities linked to every one of these sectors. A sensible thing to do would be to ask ourselves if times have come for an integration of health care in the single European market which would promote a development of the health care sector itself. In this framework, we need to ask ourselves in what way will the health care sector be affected by this process at the European and national levels, what shape will it take and how should we promote excellence and leading individual national experiences in order for them to evolve within a European dimension. A European healthcare sector. The integration of health care in the single European market can be seen as a radical transformation that will lead to several other transition processes. This integration process can also be seen as an opportunity to reinforce the development and modernization of the health care sector, by implementing those cost-cut and rationalization strategies that characterize most national systems today. The chief alternatives available to Europe are to build on its own ability to develop and offer highly specialized services, or high-level research programmes, or to delegate the development of know-how and technologies to other systems. The latter solution implies that Europe will use its financial resources to buy health care services made available on the market by other systems. The integration of health care in the single European market will probably change the way health care systems are governed: it will affect the organization and the allocation of competencies at the European, national and local level. This will be an opportunity to promote development and innovation. If it succeeds, a better use of resources and an increase of synergies within and among the health care and other sectors will be possible. This may lead to building a more solidaristic and modern European health care sector. The European health care sector can be expected to be based on the principle of subsidiarity, where local authorities will be in charge of basic health care services; in this specific sector, the continuity between today’s allocation of competencies and Europe’s future allocation will be at the highest level. This does not rule out the possibility of wider and deeper changes that may affect this sector following the construction of a modern European health care system. Insofar as the opening of national markets will create new opportunities for the most dynamic and innovative actors, it will consequently contribute to reinforce the subjects that have already emerged in the specialty health care services sector. Specialty health care services can be expected to be located predominantly in highly qualified centres: the creation of a European health care system will surely have a deep impact on this sector. Hospital facilities capable of responding to complex health care needs will continue to be deep-rooted in the territory, as is the case, for instance, of emergency services. Highly specialized health care services can be expected to be organized in order to meet the needs of large geographical areas, larger than actual catchments areas. It is realistic to predict that these services will undergo a reorganization process that will link them to one another within a network. This network may in turn comprise few excellence points, to act as reference for the entire European territory, and a number of widespread facilities, as the service provided tends to be less complex and specialized. This means that therapy treatments that involve patients’ mobility (evidence is given by today’s national and international shift towards excellence) do not have to be obstructed but rather governed by the system, while empowering and increasing the efficiency of health care services. The sector of research institutes, specialized in ground research or in applied research, will probably be the one that will most benefit from the development of a European health care system. Research has to be furthered by long-term visions, which neither major national enterprises nor national health authorities are able to develop. The United States experience demonstrates the importance, for the pharmaceutical and medical research sector, of reaching dimensional scales that only a continental market can provide. This is true if we refer to the market stricto sensu, the private market, or to the public sector, nourished by the decisions made by the authorities in charge of the sector’s operation. A discussion on medical research within the European framework raises the issue of industrial policy and of research programmes that the European Union will be able to develop. It is therefore necessary to determine if and how the integration of health care within the single market will be an opportunity to launch effective European initiatives that will sustain long-term investments, filling the gap run up by the national health care systems. Private and public initiatives may enforce one another by way of potential synergies. This cooperation will not materialize automatically following the development of a European health care sector, but it will gradually and increasingly take shape as adequate guidelines are established. The process that is affecting the health care sector today brings into question the role of the sector within the socio-economic system. The transformations currently in progress may make this sector become a mover of development, without contradicting its historical solidaristic roots.









