Risultati di ricerca
Search this site
371 risultati trovati
- Report - L’état de l’Union 2009. Rapport Schuman sur l’Europe (3ème édition)
Mondialisation, tensions internationales et sécurité, crise économique et financière, institutions et intégration: telles sont quelques-unes des questions posées à l’Union européenne, en cette année d’élections au Parlement européen et de renouvellement de la Commission européenne. Pour comprendre les enjeux européens, consultez l’ouvrage de référence disponible sur l’Europe publié par la Fondation Robert Schuman: «L’état de l’Union 2009. Rapport Schuman sur l’Europe» (3ème édition). Cet ouvrage propose des analyses originales, des cartes inédites et les données indispensables pour tout savoir sur l’Europe.
- Incontro con Sergio Romano
Sergio Romano, ambasciatore e storico, a “59 minuti con…” racconta gli ultimi sviluppi e le radici storiche del conflitto arabo-israeliano. Martedì 5 febbraio ha avuto luogo un altro dei consueti appuntamenti dell’iniziativa della Fondazione “59 minuti con…” che avvicina i giovani imprenditori a personalità del mondo sociale ed economico. In questa occasione, Sergio Romano, ha spiegato che secondo lui il conflitto scoppiato a Gaza alla fine del 2008, dopo un lungo periodo di attacchi da parte di Hamas, ha avuto sicuramente anche motivazioni politiche in vista delle elezioni per il governo di Israele. Questo conflitto si inserisce pienamente nella tipologia delle guerre del XX secolo che hanno visto un coinvolgimento sempre maggiore delle popolazioni civili, le quali vengono sollevate verso i governanti e si combatte per indebolire il fronte interno. Cominciare un’offensiva prima di un grande evento mediatico quale l’insediamento del nuovo presidente statunitense Obama ha permesso a Israele di chiudere velocemente le polemiche sulla guerra e sull’eccesso di forza utilizzata. Ma in una guerra asimmetrica, quando il grande non vince – come in questo caso – è il piccolo a vincere; Israele, con il suo attacco, ha legittimato Hamas come interlocutore e autorità del territorio palestinese. Israele è certamente un’anomalia all’interno dell’area medio-orientale; se confrontato con i vicini, è una democrazia, seppure molto frammentata e che necessita di ampie coalizioni per garantire la governabilità. Il paese inoltre si trova in una situazione difficile non solo politica ma anche demografica. Nella Palestina mandataria vivono circa 11 milioni di persone (5,5 milioni di arabi e 5,5 milioni di ebrei), mentre un milione di arabi vive addirittura all’interno dello Stato ebraico e, nonostante godano formalmente degli stessi diritti dal punto di vista sostanziale, sono comunque discriminati rispetto ai cittadini israeliani. Secondo Romano, una strategia vincente per Israele sarebbe sostenere il governo di Abu Mazen in modo da legittimarlo nei confronti di Hamas agli occhi delle popolazioni. La presenza di Israele in Medio Oriente è da considerarsi altresì anomala perché è uno Stato connotato da una religione; alla proclamazione dello Stato ebraico in Italia il sostegno era stato quasi unanime, da un lato in quanto la sua costituzione era una rivisitazione delle pretese nazionalistiche sperimentate anche dal nostro Paese durante il risorgimento, dall’altra pesava fortemente sulla coscienza europea la tragedia dell’Olocausto. Al tempo non si considerò però che non si costituiva lo Stato di Israele ma lo stato degli ebrei in un’area islamica. E’ interessante vedere quale ruolo ha l’Iran in questa vicenda. Non bisogna ritenere che Hamas sia un braccio dell’Iran e quindi considerare questa guerra un conflitto “per procura” tra quest’ultimo e gli Stati Uniti (che sono tra i principali finanziatori di Israele a cui destinano circa 5 Mld di dollari l’anno spesi per la gran parte nell’industria bellica, con ingenti forniture provenienti dagli stessi Stati Uniti). I rapporti tra Israele e l’Iran possono essere buoni: l’Iran non è antisemita ma antisionista (anzi circa 20.000 ebrei vivono nel Paese ed hanno diritto ad un rappresentante in Parlamento) e i rapporti durante il regno dello Scià erano ottimi. L’affermazione di Ahmadinejad alle elezioni è stata una conseguenza della delusione per il governo di Khatami eletto nel 1997 come il grande riformatore. Il presidente attuale appartiene alla generazione della guerra con l’Irak dell’88, ed è il primo presidente non chierico dell’Iran post-rivoluzione del 1979, quindi si serve degli Ayatollah per legittimarsi. La società civile iraniana oggi appoggia il programma nucleare di Ahmadiejad; l’Iran infatti è molto ricco ma non possiede la tecnologie di raffinazione (tipicamente americane, ma colpite dall’embargo) e quindi è costretto a importare benzina e carburanti. Da un punto di vista economico l’Iran potrebbe aver diritto a sviluppare il nucleare e anche dal punto di vista militare, in quanto circondato da Paesi “nucleari” (Israele, India, Russia e ora gli americani in Irak e Afghanistan). Più paesi con una dotazione nucleare sono evidentemente un rischio, ma va considerato che l’arma nucleare non si usa in attacco; il primo Paese che dovesse usarla sarebbe immediatamente annientato dalla comunità internazionale. Ci si dota dell’arma nucleare per guadagnare più peso e potere geopolitico e negoziale. Neanche il vicino Irak sembra essere stabilizzato. Dopo Saddam Hussein, che in quanto sunnita rappresentava una garanzia di unità del Paese, adesso il governo degli sciiti difficilmente potrà tenere insieme i sunniti sconfitti e dei curdi che hanno ambizioni indipendentiste finora domate con aiuti statunitensi. In questo contesto, un Paese che oggi si colloca al guado tra Occidente e Oriente è la Turchia. Fino a poco tempo fa si pensava che il partito del presidente Gül e del premier Erdogan, sebbene islamico, fosse sufficientemente laico per traghettare la Turchia in un’Unione Europa che, a partire dal secondo dopoguerra e soprattutto negli ultimi anni, ha contribuito ad alimentare la speranza di adesione. Oggi la Turchia si è forse resa conto che l’UE non è pronta e forse non vuole accoglierla (con posizioni fortemente contrarie di paesi come Francia e Austria) e che i lunghi negoziati sono solo un rimandare la questione a tempi da definire. La netta presa di posizione del premier turco contro Israele espressa ultimamente a Davos sembra quindi un segnale da parte della Turchia a porsi come paese chiave a guida del mondo islamico.
- Incontro con Michele Perini
Lo scorso 9 settembre si è tenuto l’incontro inaugurale di “59 minuti con” il nuovo progetto della fondazione Res Publica, che mira a riunire intorno a un tavolo giovani imprenditori e protagonisti del mondo sociale e industriale italiano. Il relatore del primo incontro è stato Michele Perini presidente di Fiera Milano Spa. Nel corso dell’intervento si è dibattuto sull’importanza di Fiera Milano, seconda al mondo solo ad Hannover, sia per il paese sia, con 5 milioni di visitatori l’anno, per l’area milanese. La mancanza di infrastrutture di collegamento adeguate, in parte previste ma non ancora realizzate, rappresenta una sfida da portare a termine in tempi rapidi per il definitivo successo di Fiera Milano. L’occasione dell’Expo 2015 è quindi un appuntamento irrinunciabile per dotare la città e la fiera dei collegamenti necessari. Per il futuro Fiera Milano pone al primo posto l’internazionalizzazione attraverso joint venture già attivate con le principali fiere del mondo allo scopo di entrare in mercati sempre più importanti quali quello cinese, indiano russo e mediorientale.
- Report - The European Union and the Russo - Georgian War (Fondazione R. Shumann)
La fondazione Robert Shumann ha pubblicato un documento a cura di Jean-Dominique Giuliani, Chairman della Fondazione e Michel Foucher, geografo e diplomatico, membro del comitato scientifico della Fondazione, sul tema della guerra tra Russia e Georgia. A seguito degli eventi di agosto, viene evidenziato come l’Europa debba agire in maniera ferma ma responsabile utilizzando i principi del diritto internazionale a supporto delle proprie proposte. Mostra testo: The European Union and The Russo-Georgian War
- News - Unione per il Mediterraneo: perché? Come?
Lanciato da Sarkozy in primavera 2007 il progetto dell’Unione Mediterranea (ribattezzato “Processo di Barcellona: Unione per il Mediterraneo” nel marzo 2008) inaugura una nuova era nelle relazioni complesse tra Unione Europea e i paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Nell’analisi svolta da Fondapol con Frederic Allemand vengono sollevate diverse questioni ancora da approfondire ed evidenziate alcune zone d’ombra del progetto. Per consultare il documento in PDF: L’Unione per il Mediterraneo : perchè ? come?
- News - Consiglio Europeo del 21 e 22 giugno: decollo avvenuto?
Lo scorso marzo, subito dopo le celebrazioni del cinquantesimo anniversario dei Trattati di Roma, un attento commentatore di questioni europee aveva paragonato l’Europa ad un aereo lanciato alla massima potenza su una corta pista di decollo. La Dichiarazione di Berlino impegnava infatti i 27 a rilanciare il processo di integrazione con le opportune modifiche istituzionali entro il giugno 2009; in altri termini, dati i necessari tempi di ratifica, la Dichiarazione implicava la necessità per gli Stati di trovare un accordo sulle linee guida di queste riforme durante il Consiglio europeo del giugno 2007, ossia in meno di tre mesi di tempo, pena una crisi forse irreversibile. Le conclusioni del Consiglio europeo, come sempre arrivate al termine di una estenuante trattativa tra gli Stati, ci dicono che il decollo è avvenuto, la crisi è stata evitata, ma restano alcune zone d’ombra. Per quanto attiene il meccanismo di voto, il compromesso raggiunto come è noto perpetua l’inefficiente meccanismo decisionale deciso a Nizza (ponderazione dei voti degli Stati) almeno fino al 2014, con la possibilità di una sua ulteriore estensione sui singoli provvedimenti, a richiesta di uno Stato, fino al 2017. Dopo di che si passerà alla più efficace e flessibile regola decisa dall’accordo costituzionale, ossia maggioranze decise dal 55% degli Stati che rappresentino almeno il 65% della popolazione . Molti commentatori si sono espressi sulla problematicità dell’attuale meccanismo, lamentando la scarsa capacità decisionale dell’UE negli ultimi anni, e dunque traggono una valutazione negativa dell’accordo raggiunto. In realtà, su questo punto fondamentale la sostanza è migliore delle apparenze. Teoricamente, è infatti sicuramente vero che il meccanismo di voto deciso a Nizza riduce drasticamente il numero complessivo di coalizioni che possono raggiungere la maggioranza (da circa il 7% delle coalizioni possibili a 15, a poco più del 2 per cento). Tuttavia ciò vale se tutte le coalizioni “vincenti” sono egualmente probabili. Se invece gli Stati tendono a mantenere nel tempo le stesse “alleanze”, la perdita di efficienza è sicuramente inferiore a quella calcolata teoricamente. A riprova di ciò, si può constatare come dopo Nizza il numero di decisioni prese ogni anno dal Consiglio si è in parte ridotto (anche se i dati nel 2006 sembrano mostrare una ripresa), ma in misura meno che proporzionale alla perdita di efficienza prevista. In aggiunta, non possiamo essere certi che il numero inferiore di decisioni raggiunte dal Consiglio negli ultimi anni sia interamente attribuibile alla sua scarsa efficienza decisionale, in quanto il Consiglio, insieme al Parlamento, decide su proposte che vengono elaborate dalla Commissione europea. E quest’ultima negli ultimi tempi non ha certo brillato per attivismo, in quanto da organismo collegiale è ormai diventata una mini-assemblea con 27 teste. Poiché l’accordo raggiunto prevede che dal 2009 la composizione della Commissione europea venga limitata a 15 Commissari, è dunque probabile che la maggiore efficienza decisionale della Commissione dal 2009 compensi in parte il mantenimento delle regole di voto di Nizza fino al 2014/2017, dunque rendendo meno negativo di quel che sembra il compromesso raggiunto. Un’ulteriore notizia positiva deriva dalle regole di funzionamento dell’Unione. Certo, il progetto di Costituzione è stato definitivamente accantonato, e l’UE continuerà a funzionare con i suoi due Trattati, quello sull’Unione Europea che ne delinea le caratteristiche essenziali, e il vecchio Trattato della Comunità Europea, che diventerà un Trattato sul funzionamento dell’Unione. Tuttavia quest’ultimo, di fatto, incorporerà la gran parte delle innovazioni prese in sede di accordo costituzionale. In particolare, la codecisione (maggioranza qualificata al Consiglio e potere di veto del Parlamento) diventerà la procedura legislativa ordinaria dell’Unione, restringendo la regola dell’unanimità a poche, ben definite eccezioni. Inoltre, si amplia l’area di competenze su cui l’UE (a maggioranza) potrà decidere in maniera sovraordinata rispetto agli Stati (le cosiddette competenze concorrenti), su tematiche nuove ed essenziali per il futuro del Continente quali l’immigrazione, l’energia, il clima, la sicurezza. Sarebbe dunque auspicabile che il dibattito italiano in materia, in particolare su immigrazione e politica energetica, si ricolleghi al più presto alle dinamiche europee che inizieranno a negoziarsi nei prossimi mesi. Infine, a tutela delle specificità nazionali, è stata approvata la clausola sul controllo di sussidiarietà, per cui la maggioranza semplice dei parlamenti nazionali, per la prima volta ufficialmente inseriti nel trattato, potrà richiedere il riesame di una proposta legislativa nel caso in cui si ritenga che la decisione stessa possa più efficacemente essere normata a livello nazionale o locale. Se il progetto legislativo non verrà ritenuto conforme al principio di sussidiarietà da parte di Parlamento europeo o Consiglio, a maggioranza semplice, la proposta legislativa sarà ritirata. Anche la Carta dei Diritti Fondamentali è ricompresa nell’accordo. Quest’ultima non sarà inserita nei nuovi testi legislativi, ma è stato chiarito che il Trattato conterrà un riferimento ad essa, conferendole valore giuridicamente vincolante e stabilendone il campo di applicazione (in particolare rispetto alle pratiche del Regno Unito, oggetto di una specifica Dichiarazione). Notizie negative vengono invece, non a caso, dalla Politica Estera e di Sicurezza Comune. Al di là della rinnovata veste dell’Alto rappresentante per la politica estera, che diventa Vice Presidente della Commissione e dunque “capo” unico della diplomazia comunitaria, le decisioni prese dal Consiglio europeo ridimensionano ulteriormente la possibilità di significativi passi avanti in questo ambito, prevedendo il mantenimento della regola dell’unanimità (come del resto già in Costituzione), ma precisando ulteriormente che la sicurezza nazionale resta di competenza esclusiva degli Stati; che le eventuali nuove competenze che gli Stati possono attribuire all’UE attraverso la cosiddetta clausola di flessibilità (art. 308) non si applicano alla politica estera; e che la personalità giuridica che verrà attribuita all’UE in ogni caso non inficia la rappresentanza dei singoli Stati presso le agenzie internazionali, in particolare nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Dunque, arrivati a fine pista con i motori al massimo ed un baratro davanti, sicuramente non stiamo volando troppo alti, ma se non altro ci siamo staccati da terra ed abbiamo evitato un tragico impatto. In altri termini, valgono ancora le parole di Robert Schuman, quando il 9 maggio 1950 diede il via a questo processo: “l’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto”. Insomma, una volta decollati possiamo iniziare a preoccuparci se il carburante a bordo è sufficiente per arrivare a destinazione. (a cura di Carlo Altomonte)
- News - Emissioni di gas serra: meno 0,7% nell’Unione Europea
L’Agenzia europea dell’ambiente (AEA) ha pubblicato la relazione comunitaria annuale sull’inventario dei gas a effetto serra. La relazione, intitolata “Annual European Community Greenhouse gas inventory 1990-2005 and inventory report 2007” (“Inventario annuale dei gas a effetto serra della Comunità europea 1990-2005 e relazione sull’inventario 2007”) è stata presentata al Segretariato della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) il 27 maggio 2007 come contributo ufficiale della Comunità europea. In base alla relazione, le emissioni dei gas a effetto serra responsabili dei cambiamenti climatici sono diminuite dello 0,7% tra il 2004 e il 2005 nell’UE-27. Il commissario Stavros Dimas, responsabile per l’ambiente, ha così commentato i risultati positivi: “È incoraggiante constatare che continuiamo a ridurre le emissioni anche mentre l’economia europea è in forte crescita, ma è evidente che, per permettere all’Ue di conseguire il suo obiettivo di riduzione fissato nel protocollo di Kyoto, molti Stati membri dovranno intensificare notevolmente gli sforzi per contenere le emissioni. A marzo i leader europei hanno adottato obiettivi di riduzione delle emissioni a lungo termine: non vi è quindi più alcuna ragione di attendere, ma occorre invece intraprendere iniziative coraggiose per portare a termine i necessari cambiamenti strutturali nel modo di produrre e consumare energia, al fine di rendere permanenti e sempre più consistenti le riduzioni delle emissioni”. I punti chiave della relazione definitiva. Ue-15: le emissioni di gas serra sono diminuite dello 0,8% (35,2 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti) tra il 2004 e il 2005, prevalentemente grazie alla riduzione dello 0,7% (26 milioni di tonnellate) delle emissioni di CO2. UE-15: le emissioni di gas serra sono diminuite nel 2005 del 2,0% rispetto all’anno di riferimento indicato nel Protocollo di Kyoto (per l’UE-15 è il 1990 per la maggior parte dei gas serra, ma per i gas fluorurati quasi tutti gli Stati membri utilizzano come anno di riferimento il 1995). Ue-15: le emissioni di gas serra sono diminuite del 1,5% tra il 1990 e il 2005. Ue-27: le emissioni di gas serra sono diminuite dello 0,7% (37,9 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti) tra il 2004 e il 2005. Ue-27: le emissioni di gas serra sono diminuite del 7,9% rispetto ai livelli del 1990. Paesi dell’Ue-15 in cui le emissioni sono diminuite maggiormente. I paesi che maggiormente hanno contribuito, in termini assoluti, alla riduzione delle emissioni nell’Ue-15 sono Germania (-2,3%, pari a 23,5 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti), Finlandia (-14,6%, per un totale di 11,9 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti) e Paesi Bassi (-2,9%, pari a 6,3 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti). In questi paesi il calo è stato possibile grazie alla riduzione delle emissioni di CO2. Gli altri paesi dell’Ue-15 che hanno registrato una riduzione delle emissioni tra il 2004 e il 2005 sono i seguenti: Belgio, Danimarca, Francia, Lussemburgo, Svezia e Regno Unito. Tra i nuovi Stati membri, la Romania ha ottenuto i risultati migliori con una riduzione delle emissioni del 4%, pari a 6,4 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti. Paesi dell’Ue-15 in cui le emissioni sono aumentate maggiormente. In termini assoluti è la Spagna il paese in cui le emissioni di gas a effetto serra sono cresciute di più tra il 2004 e il 2005 (+ 3,6%, pari a 15,4 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti), aumento imputabile prevalentemente alla produzione di energia elettrica e di calore. Gli altri paesi dell’Ue-15 che hanno registrato un incremento delle emissioni tra il 2004 e il 2005 sono: Austria (2,3%, pari a 2,1 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti), Grecia (1,2%, pari a 1,6 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti), Irlanda (1,9%, pari a 1,3 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti), Italia (0,3%, pari a 1,7 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti) e Portogallo (1%, pari a 0,9 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti).
- Seminario - Ai confini dell’Occidente: l’America Latina come nuova frontiera
La Fondazione Res Publica ha organizzato un convegno sui confini dell’Occidente e sul ruolo dell’America Latina, il 17 luglio alle ore 18.30. All’evento, che si è svolto presso la Basilica di San Lorenzo in Lucina (situata nell’omonina piazza al num. 16/A) hanno partecipato: Josè Maria Aznar, Fausto Bertinotti e Giulio Tremonti. Modera: Roberto Arditti. Qui il video integrale dell'evento: http://www.radioradicale.it/scheda/231071/ai-confini-delloccidente-lamerica-latina-come-nuova-frontiera
- Seminario - L'opzione nucleare per l'Italia nel contesto europeo
Presso la Casa dell’Energia di via Po n.3 si svolgerà il workshop che si propone di analizzare il settore energetico italiano e di inserire il dibattito sul nucleare nel quadro europeo. I lavori sono aperti dal vice-Ministro Guido Possa (MIUR) e seguiranno gli interventi sul ruolo della ricerca e dell’Università (Politecnico di Milano – CESME, CNR, ENEA), sulla sicurezza e l’impatto ambientale (Ministero dell’Ambiente, SOGIN) e sui bisogni e le aspettative dei principali soggetti economici del settore: industria fornitrice, utilities e imprese “energivore”. Scopo del workshop è di aprire un costruttivo, apartisan e non ideologizzato dibattito sul tema , considerando i vari aspetti connessi “all’opzione nucleare”. Il Vice Ministro Guido Possa e il Direttore Generale del MAP Sergio Garribba, hanno confermato la loro attiva partecipazione al workshop, mentre il ruolo di Ricerca e Sviluppo e il ruolo di Ambiente e sicurezza, sarà trattato da importanti rappresentanti di istituzioni pubbliche. Per quanto riguarda la sessione relativa alla “Posizione dell’Industria”, è prevista una breve panoramica delle tecnologie e degli impianti che in un futuro prossimo l’industria nucleare mondiale può offrire. Nelle sessioni “ Posizione delle Utilities” e “I Grandi Clienti” sono previsti dopo una presentazione di EDF del loro “progetto nucleare”, gli interventi dei produttori italiani e dei rappresentanti degli energivori. Questa vuole essere una prima tappa di un percorso per approfondire seriamente,nell’ambito di una politica energetica, la problematica del nucleare, tenendo anche in conto la sicurezza degli approvvigionamenti dei combustibili fossili come evidenziato in questi giorni. Conclusioni: La maggioranza dell’opinione pubblica, come gli operatori del settore, sono concordi nel ritenere che una possibile opzione nucleare rientra in una auspicabile politica energetica che, date le tempistiche del settore energia, deve avere orizzonti lunghi che vanno al di là di una legislatura politica. E’ quindi necessario un approccio apartisan che esamini e preveda, un possibile piano nucleare; senza interventi politici e regolamentativi è difficile che una opzione nucleare possa partire. Devono essere espresse leggi per incentivare e facilitare un possibile sviluppo del nucleare e trovare regioni disposte ad accettare impianti sul proprio territorio. Il fatto che la maggioranza della popolazione sia a favore del nucleare non comporta però, automaticamente la facile possibilità di l’installare un impianto in un dato territorio. Una volta individuati i possibili siti bisogna iniziare una campagna ad hoc, presentare il problema, affrontare una discussione e soprattutto presentare dei pacchetti di compensazione. In quest’ottica di notevole importanza è il ruolo dei Comuni, come l’operazione Green field ha dimostrato, in un periodo in cui la devolution, ha modificato i rapporti decisionali tra centro e periferia. Per quanto riguarda invece il problema del licensing and permitting la soluzione auspicabile sarebbe la non ricostituzione di competenze che sono ormai disperse ed eventualmente affidarsi ad organizzazioni efficienti all’estero. Per quanto invece riguarda la situazione italiana dal punto di vista energetico dipendiamo per l’85% da materie prime energetiche importate, percentuale destinata ad aumentare. Nel settore elettrico, dall’era dell’oro bianco dell’idroelettrico si è passati all’oro nero petrolio ed ora la tendenza attuale è spiccatamente a favore del gas che contribuisce ad oltre il 50% della produzione di energia elettrica in Italia con ulteriore incremento nei prossimi anni dato il “dominio” dei cicli combinati. Il prezzo del gas è legato al prezzo del petrolio il quale nel futuro non ha prospettive di diminuzione ma di converso ad essere oggetto di aumenti, questo è un ulteriore fatto a favore del nucleare. In aggiunta al costo delle materie prime energetiche, occorre considerare la sicurezza degli approvvigionamenti “security of supply” ben nota in questi giorni per il gas, e considerare gli effetti ambientali; tali fattori sono, a favore di un’opzione del nucleare. Per quanto attiene più specificatamente ai problemi ambientali, senza considerare i dibattiti tra chi ritiene l’effetto serra un problema concreto e chi invece non è di questo avviso, a livello pratico i certificati della CO2 sono oggi nell’ordine di euro 24 alla tonnellata. Ciò porta delle penalizzazioni del carbone nell’ordine di euro 20 al MGWH prodotto e per il gas nell’ordine di euro 8/10. Per quanto attiene all’importante problema dell’informazione e comunicazione c’è innanzitutto da premettere che siamo in un’era caratterizzata da una mancanza di corretta informazione e comunicazione. Il problema deve essere affrontato con gli strumenti adatti: se la maggioranza della popolazione fatica ad accettare l’energia nucleare per colpa di pregiudizi ormai radicati nella società e non razionali, non possono essere utilizzate lunghe formule o ragionamenti ingegneristici, ma, oserei dire, occorrerebbe l’utilizzo di psicologi. Il problema va comunque affrontato in modo serio in quanto, anche se in base ad un referendum ANIE, il 54% della popolazione si è mostrata favorevole al nucleare, la presenza di un’esigua fetta di contrari nel territorio in cui dovrebbe essere costruito un impianto potrebbe bloccare la realizzazione del medesimo (ed abbiamo tanti esempi in Italia). Per quanto riguarda l’industria manifatturiera del settore essa è fondamentalmente radicata in alcuni paesi esteri. ANSALDO ha fatto presente la sua collaborazione con alcuni di questi fornitori. I fornitori hanno fatto presente che per reattori di dimensioni variabili da 1000/1500 megawatt l’investimento è dell’ordine di euro 1100 al kilowatt installato. Trattasi, evidentemente, di valori che si riferiscono ad investimenti programmati di una certa ampiezza. Il nodo centrale per l’economicità del nucleare è infatti rappresentato dalla possibilità di realizzare/ordinare più di una unità nello stesso sito e molteplici centrali: vi è la grande convenienza, quindi, a sfruttare un effetto serie (Bernard EDF). Trattasi di effetti scala notevoli che porterebbero, se non a dimezzare i prezzi, a forti abbassamenti dei medesimi. In Italia tali effetti scala possono essere raggiunti unicamente tramite un approccio consortile con accordi tra più utilities /investitori. Tale approccio è stato vantaggiosamente utilizzato in Finlandia ed ha portato con una riduzione del rischio, ad una riduzione dei tassi ed a contratti di lungo termine tra consumatori e fornitori. Anche le aziende italiane dovrebbero impegnarsi ad esaminare tale possibilità, e mi sembra dagli interventi (Edison, Energia) siano emersi dati positivi, come pure dai grossi consumatori (Acciaieri e Cementieri). Per quanto attiene alla ricerca, fondamentale è l’approccio alla medesima per vedere di aumentare la nostra presenza in progetti internazionali come “Generation IV”, avendo però la visione di concentrarsi su progetti che diano risultati a breve termine (Pedrocchi). Per quanto riguarda l’inserimento dell’Italia in un piano nucleare Garribba ha sottolineato l’importanza di farlo rientrare in un piano europeo, sia per quanto riguarda la sicurezza, sia per il licensing, sia per allargare i consorzi a livello europeo per abbattere i costi di fornitura. Per quanto riguarda la quota futura nel nucleare nel campo della produzione di energia elettrica è chiaro che, sebbene ci siano grossi investimenti da parte di alcune nazioni, Francia, Cina, Russia, il forte aumento dei consumi porta all’utilizzo di altre fonti (gas, carbone). La Cina, per esempio, dei 70.000 megawatt entrati in servizio nel 2005, ben 60.000 realizzati con centrali a carbone, e nessuno frenerà la Cina a breve dal continuare su questa strada. E’ chiaro quindi che, in questa visione, il nucleare, anche se aumenterà di volume nei prossimi anni tenderà a diminuire la propria share attuale. L’industria italiana – es. ENEL – con investimenti all’estero sta riprendendo competenze nella gestione e completamento di impianti nucleari. ANSALDO vanta partecipazioni in varie attività specifiche all’estero. Per quanto riguarda la disponibilità di tecnici nel settore l’Università (Lombardi) ha portato dati incoraggianti; esiste ancora un nocciolo duro sul quale si può contare. Inoltre si laureano in Ingegneria Nucleare ancora 100 Ingegneri all’anno. E’ stato rilevato come un reinserimento del nucleare avrebbe una ricaduta, non solo sul nucleare stesso ma anche su altre tecnologie ed in altri settori. Visto quanto sopra, l’incontro di oggi va visto come un primo passo di un lungo percorso che avrà successo se politici ed investitori prenderanno impegni seri nel settore.
- News - Il Trattato di Lisbona e la nuova Unione Europea
Il Trattato di Lisbona entra in vigore per creare una nuova UE in grado di tutelare più efficacemente gli interessi dei cittadini europei e far fronte alle sfide poste dalla globalizzazione. Il Dipartimento Politiche Comunitarie spiega le principali novità: viene meno la distinzione tra “Comunità europea” e “Unione Europea”: la prima cessa formalmente di esistere, venendo riassorbita nella seconda. Il Trattato sull’Unione Europea (TUE) conserva il suo titolo attuale, mentre il Trattato che istituisce la Comunità europea (TCE) viene denominato Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TFUE). Questi due Trattati costituiscono i Trattati su cui è fondata l’Unione, che sostituisce e succede alla Comunità; la struttura dell’Unione su tre “pilastri” (Comunità europee, politica estera e di sicurezza comune e cooperazione di polizia e giudiziaria in materia penale), creata dal Trattato di Maastricht del 1992, viene superata. Nel sistema originario ogni “pilastro” aveva procedure proprie e propri strumenti giuridici: la soppressione della distinzione tra i tre “pilastri”, comporta, invece, una sostanziale armonizzazione delle procedure e degli atti giuridici dell’Unione. Procedure specifiche restano applicabili solo nel settore della politica estera e di sicurezza comune (PESC); il ruolo di co-legislatore del Parlamento europeo rispetto al Consiglio viene rafforzato attraverso la generalizzazione della procedura di codecisione, che diventa la procedura legislativa ordinaria. Il Parlamento europeo si trova così ad operare in condizioni di parità con il Consiglio in gran parte dell’attività legislativa, ivi compresi settori chiave quali la politica di libertà, sicurezza e giustizia; il Consiglio europeo diviene un’istituzione a pieno titolo dell’Unione, soggetta al controllo della Corte di giustizia. Inoltre, esso viene dotato di una presidenza stabile. Il Presidente del Consiglio europeo è eletto per un periodo di due anni e mezzo ed il suo mandato è rinnovabile una volta sola. Esso inoltre non può esercitare un mandato nazionale; gli ambiti in cui il Consiglio dell’Unione vota a maggioranza qualificata sono estesi ad ulteriori 40 settori, tra cui lo spazio di libertà sicurezza e giustizia. In un’UE a 27, la riduzione dei casi in cui il Consiglio dell’Unione decide all’unanimità facilita il processo decisionale dell’Unione, che non si troverà più ad essere paralizzato dal voto contrario anche di un solo Stato membro; è prevista l’istituzione della nuova figura dell’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, che riunisce le competenze in precedenza attribuite all’Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune ed al membro della Commissione europea responsabile per le Relazioni Esterne (cd. “doppio cappello”), assumendo il ruolo di vicepresidente della Commissione. L’Alto rappresentante è incaricato del coordinamento dell’azione dell’Unione con i Paesi terzi e ha il potere di presentare al Consiglio proposte in materia. Questa nuova figura è destinata a conferire all’azione esterna dell’UE maggiore impatto, coerenza e visibilità; è assicurata una maggiore legittimazione e semplificazione del processo decisionale in un’Europa ampliata, grazie ad un nuovo metodo di calcolo della maggioranza qualificata in sede di Consiglio dell’Unione. La maggioranza qualificata non si basa più sui voti ponderati attribuiti a ciascuno Stato membro, ma su un sistema detto di “doppia maggioranza”, ideato per riflettere anche a livello di Consiglio la duplice legittimazione dell’Unione, che è contemporaneamente un’unione di Stati ed un’unione di cittadini; per la prima volta nell’ambito dell’Unione trova spazio il principio della democrazia partecipativa. In tale contesto viene previsto il diritto di iniziativa popolare, che consente ad un milione di cittadini europei (su una popolazione comunitaria di circa 500 milioni di abitanti) di chiedere alla Commissione di presentare una proposta legislativa; la Carta dei diritti fondamentali, che elenca i diritti civili, politici, economici e sociali riconosciuti ai cittadini europei, assume lo stesso valore giuridico dei Trattati. Il disposto della Carta si applica pienamente alle misure di attuazione del diritto dell’Unione; il ruolo dei Parlamenti nazionali nel contesto dell’UE viene potenziato. Aumenta la loro informazione da parte delle istituzioni europee, attraverso la trasmissione diretta degli atti maggiormente rilevanti; ad essi è inoltre attribuita una funzione di controllo del rispetto del principio di sussidiarietà da parte dell’Unione. Tra le loro nuove prerogative vi sono anche la partecipazione alle procedure di revisione dei Trattati e il potere di veto assoluto nei confronti di una revisione semplificata; l’Unione vede potenziata la sua capacità d’azione, grazie a nuove basi giuridiche in materia di energia, sanità e protezione civile. Sono inoltre previste nuove disposizioni concernenti i cambiamenti climatici, i servizi di interesse generale, la ricerca e lo sviluppo tecnologico, la coesione territoriale, lo spazio, gli aiuti umanitari, lo sport, il turismo e la cooperazione amministrativa.
- EIN Seminar - “The social agenda” - Brussels
This seminar broadened the EIN’s work on the financial crisis by considering its social impact, focussing on employment and particularly on opportunities for the young and old. The opening address was given by Alain Lamassoure MEP, former French Minister for European Affairs; on the subject of ‘Mobility and freedom of choice: a real world agenda for European mobility’ based on a report he had submitted to President Sarkozy. Dirk Hudig, Chairman of EIN Working Group on Employment, Skills and Human Capital, spoke on ‘Job creation: Preparing for the Recovery: focusing on job creation and SMEs’. Johan Bortier, UNIZO, looked at the challenges faced by those in self-employment: Branislav Stanicek, Administrator RELEX, Committee of the Regions, addressed the question of the young generation whilst Philippe Brongniart, former Director General, Suez Group, considered the needs of older citizens. Gilles Dryancour, Director, Government relations, John Deere & Company, gave a stimulating and thought-provoking presentation on the need to reform social security systems. The meeting was closed by a keynote address by Jacques Barrot, Vice-President of the European Commission, on the efforts to pursue a society of progress for the individual in the face of the crisis.
- “The audacity of hope” di Barack Obama - Recensione
The Audacity of Hope, è il secondo libro di Obama e merita di essere commentato. Obama elabora con uno stile ed un ritmo pacato ed elegante, un’analisi profonda di quei temi che la politica statunitense, ma in realtà qualunque paese occidentale, è obbligata ad affrontare con urgenza. Descrizione Generale. Il libro si compone di un prologo, nove capitoli ed un epilogo. In totale 364 pagine di testo. I capitoli sono dedicati ai rapporti tra i Democratici e i Repubblicani, i valori come fondamento dell’azione politica(Values), la Costituzione politica statunitense (Our Constitution), il modo di fare politica (Politics), il concetto di “opportunità”, ad esempio economica, la fede religiosa (Faith) la razza (Race), la politica estera (The World Beyond our Borders), e la famiglia (Family).L’epilogo è dedicato a ricordare le circostanze del discorso che Obama ha pronunciato alla Convenzione Nazionale democratica nel giugno del 2004, impostato sul titolo di questo libro, qualcosa di simile all’“Audacia di Sperare”, discorso che ha provocato un enorme impatto.Obama spiega che l’origine di questo pensiero proviene da una cerimonia religiosa nel corso della quale il Reverendo J.A Wright lo utilizzò durante il sermone. Rassegna. The Audacity of Hope, è il secondo libro di Obama e merita di essere commentato.In precedenza aveva pubblicato Dreams from My Father. Obama elabora uno stile ed un ritmo pacato ed elegante, un’analisi profonda di quei temi che la politica statunitense, ma in realtà qualunque paese occidentale, è obbligata ad affrontare con urgenza. Il prologo sembra indicare che ci troviamo davanti ad un libro destinato solo a farci conoscere il personaggio, a creare nel lettore un limpido profilo di artista e ragazzo, mentre in realtà stiamo leggendo un opera di profonda riflessione politica, grave ed essenzialmente onesta e pertinente. Se qualcosa può spiegare la focalizzazione di Obama, è la totale assenza di semplicità o di manicheismo, salvo in qualche concessione occasionale su alcuni temi che, senza dubbio, sono eccezionali ed occupano un posto molto periferico nello svolgersi degli argomenti. Si tratta, seriamente, di un libro scritto, anzi molto ben scritto, da un democratico, ma da un democratico né dogmatico né ingenuo, che non ostenta nessuno dei vizi intellettuali o morali che possono risultare odiosi per un repubblicano. Il pensiero di Obama è complesso, serio e sofisticato, ed il personaggio può essere descritto non come un centrista o moderato, ma come prudente e riflessivo. Può essere inevitabile pensare che si tratti di un atteggiamento accuratamente disegnato per favorire un avvicinamento dell’elettorato più esigente, però esiste un ragionamento che precede le prese di posizione del Senatore che in nessuna maniera può definirsi superficiale in nessuno degli argomenti trattati.Obama è favorevole ad accettare il diritto all’aborto e si è opposto alla guerra in Iraq, però se non fosse per questi due temi, che sono gli unici che potrebbero creare uno scontro ideologico rispetto alla politica e ai principi generalmente promossi dalla nostra Fondazione, si può parlare di un pensiero tipicamente democratico, esclusi alcuni di una posizione equivalente a quelli della sinistra italiana. Obama ritiene che i valori dello sforzo, del merito e la ricompensa ottenuta devono essere il fondamento della politica e le politiche, è favorevole a riformare i programmi di attenzione sociale e di rivedere il concetto di discriminazione positiva se non addirittura di sradicarlo; crede che la religione sia un aspetto essenziale nella vita di qualunque paese civile e debba essere rispettata ed apprezzata secondo una linea che ricorda molto quella di N. Sarkozy; realizza un disegno di politica estera statunitense che si basa esattamente sui principi che ispirano le posizioni neocon, nonostante il linguaggio sia diverso. Obama non esclude gli interventi preventivi né l’unilateralità, anche se preferisce la multilateralità; richiama l’attenzione sui limiti dell’ONU come assemblea utile, e sulla sua scandalosa tendenza alla corruzione, e precisa che la minaccia del megaterrorismo non è una invenzione di Bush o dei suoi falchi, ma un grave problema che va affrontato seriamente e subito. Crede che il discorso di Bush che lega la sicurezza degli Stati uniti a quella del resto del mondo sia essenzialmente corretto e che l’isolamento non sia una semplice opzione. Si dichiara inoltre moderatamente ammiratore di Reagan. Richiede una riforma scolastica che renda prestigio agli educatori e alla cultura, conosce il limite del protezionismo economico e ritiene sia necessaria l’apertura reale dei mercati internazionali; è cosciente degli enormi problemi che può creare una immigrazione non regolamentata, e stabilisce che, nonostante ciò che affermano i suoi compagni di partito, la cui forma critica frequentemente, lo Stato del Welfare debba essere profondamente riformato perché sia vivibile e giusto.I suoi ragionamenti sui vantaggi della globalizzazione sono perfettamente chiari. Nel corso del libro si possono trovare temi sui quali Obama non è abbastanza profondo: il caso di Terry Schiavo, la parzialità dei media, le ragioni della guerra in Iraq, i motivi del degrado della vita pubblica americana, il matrimonio tra omosessuali, l’impatto reale dei cambiamenti climatici e altri.Nonostante ciò, Obama è molto lontano dalla letteratura divulgativa, ed una sorprendente maggioranza delle sue idee e dei suoi valori politici possono perfettamente essere assunti come basicamente corretti per un liberalismo moderato e cosciente della straordinaria complessità dei problemi che deve affrontare l’Occidente. E’ in ogni caso un uomo con cui si può lavorare e probabilmente arrivare a degli accordi. Inoltre nel libro ci sono altre due virtù. La prima è una riflessione di fondo prudente e moderata sui principi fondamentali dell’ordinamento liberal-democratico, che abbastanza di frequente si avvicina tra quelli che sono i nostri e quelli della social-democrazia. Questa riflessione merita di essere situata tra le più meritevoli di questa analisi. Obama è fin troppo preoccupato dalla libertà positiva – la capacità di prendere parte ai fatti pubblici- però non è pensabile che un Senatore Afro Americano prescinda da questo tema. Il suo merito è che esclude e condanna ogni vittimismo razzista, senza per altro negare la tragica verità della segregazione. Questo pensiero nasce da una innegabile conoscenza della storia delle idee politiche. La seconda virtù è l’intimità con cui molto spesso si mette a nudo di fronte al lettore. Obama parla della sua fede, delle sue paure, della sua famiglia, di suo padre assente e di sua madre morta di cancro, per rendere pubbliche le ragioni profonde della sua vocazione politica, senza che sia percettibile alcun autocompiacimento nel sentimentalismo. Obama si mostra come uomo e come politico, in modo che a prescindere dalle divergenze ideologiche che si possono avere verso il suo pensiero, si guadagna il rispetto dei lettori. The Audacity of Hope , è un libro che vale la pena di leggere, per i contenuti, e che si pensa sarà necessario conoscere se, come molti prevedono e sperano, Obama vincerà le elezioni.





