Risultati di ricerca
Search this site
371 risultati trovati
- Incontro con Jacques Attali
Durante l’incontro organizzato dalla Fondazione Res Publica, Jacques Attali ha svolto una riflessione sulle trasformazioni socio-economiche in atto nel nostro Paese e in Europa in generale e sul connesso tema delle riforme necessarie per affrontare tale cambiamento. In apertura, il Presidente della Fondazione ha ricordato l’attuale felice momento perché finalmente è possibile parlare di problemi e prospettive a lunga scadenza sulla base di autorevoli libri e pubblicazioni: • “La Paura e la speranza” – G. Tremonti; • Breve storia del futuro” – J. Attali; • Rapport de la Commission Attali; • “The world in 2025” – European Ideas Network. Situazione Generale. Secondo Attali, la situazione economica che stiamo attraversando non solo a livello europeo, ma a livello globale comporterà, secondo l’analisi fornita, una importante riduzione della crescita in Europa, con rilevanti conseguenze di tipo occupazionale e sociale. I governi al potere in questa fase così delicata non saranno in grado di far fronte a molte delle promesse elettorali e dovranno prendere decisioni impopolari che deluderanno inevitabilmente il proprio elettorato. Per coloro che devono affrontare le elezioni in questo periodo, è pertanto difficile immaginare un rinnovo della fiducia o una vittoria significativa sugli avversari. In questa prospettiva, un errore che i governi europei devono evitare è quello di promettere delle soluzioni a breve termine per problemi a lungo termine. L’unica via d’uscita per affrontare questa fase di recessione è quella di fissare degli obiettivi di lungo periodo e identificare i metodi per raggiungerli, tramite riforme profonde, urgenti, non necessariamente tutte previste nel programma del candidato premier e che non porteranno miracolistici effetti immediati. Sostiene Attali che non è sempre premiante inserire le riforme nel programma elettorale: essendo impopolari rischiano di influire negativamente sull’esito delle votazioni. Ma una volta vinte le elezioni, il capo del nuovo governo dovrà avviare le riforme prima possibile (come esempio, è stato citato il caso di Tony Blair, che ha avviato riforme significative che non aveva inserito nel programma elettorale). Le riforme. Per evitare che la situazione degeneri è necessario intervenire con riforme importanti. Le riforme – ha sostenuto Attali – non sono né di destra né di sinistra: sono giuste. Per questo egli ritiene che “la mano non deve tremare” : le riforme devono essere fatte, anche se impopolari. Anzi, in questo sta proprio la differenza tra il politico e lo statista: quest’ultimo infatti è in grado di assumersi il rischio di diventare impopolare nel giro di 24 ore. Il risultato della Commissione Attali istituita in Francia è che oggi una proposta su due elaborata dal think thank voluto da Sarkozy diventerà legge, nonostante il rischio di impopolarità (è stato citata a questo proposito, la riforma di liberalizzazione dei taxi). L’Italia e la Francia – sostiene Attali – condividono le stesse sfide per la competitività nel villaggio globale e molte delle proposte del piano Attali potrebbero essere prese in considerazione per l’Italia. Le infrastrutture. Per quanto riguarda le infrastrutture, ad esempio, per l’Italia sarebbe strategica la creazione di un grande porto. Il suggerimento di Attali parte dalla considerazione che già due volte nella storia l’Italia è stata una potenza mercantile dominante in Europa, con Venezia prima e Genova poi. Lo sviluppo di un porto importante per il Mediterraneo consentirebbe all’Italia di estendere le sue relazioni internazionali, poiché nel nuovo equilibrio economico mondiale gli Stati Uniti non sono più il baricentro del mondo, pesantemente spostato ad Oriente, e nuovi protagonisti sono entrati in gioco. La ricerca. In questo nuovo equilibrio, diventa fondamentale lo “scambio di cervelli” tra i Paesi: rilanciare le università è una delle principali sfide del domani. Già oggi l’India non riesce a soddisfare la domanda interna di ingegneri. L’impegno è quello di formare “cervelli del domani” europei, o comunque formati presso centri di eccellenza europei. L’Italia nello specifico ha dato al mondo una “classe creativa” importante che ha contribuito al progresso del Paese. Negli ultimi secoli ha ridotto il suo ruolo sulla scena mondiale, ma con un buon investimento nelle università potrà formare o accogliere scienziati, finanziatori, creatori d’impresa che oltre ad amministrare, saranno in grado di assumersi dei rischi con l’obiettivo della crescita e dello sviluppo. La finanza. Un’altra sfida importante per l’Italia è la creazione di una grande piazza finanziaria: ci sono tutti gli elementi perché Milano lo diventi. L’educazione. Tra le proposte della Commissione per la liberazione della crescita presieduta dallo stesso Attali, molto spazio assumono inoltre le riforme relative al sistema educativo, alla formazione degli insegnanti (dagli asili nido all’università), allo sviluppo della ricerca in biotecnologie e all’innovazione.Internet deve essere promosso in Francia come in Italia, perché si deve garantire l’accesso universale alla banda larga. La BEI. Un ruolo chiave in questo senso lo svolge anche la Banca Europea degli Investimenti, che dovrebbe finanziare più progetti di ricerca e innovazione nei nostri Paesi. Tali programmi di investimento nell’innovazione e nella tecnologia sono fondamentali per un Paese che deve competere con i nuovi giganti.
- News - La riforma del sistema sanitario nell'Europa centro-orientale
Lo Stockholm Network ha pubblicato il primo di una serie di documenti realizzati sul sistema sanitario, nel quale viene affrontato il tema della riforma del sistema sanitario nei paesi dell’Europa Centro Orientale. L’analisi svolta esamina la trasformazione e le riforme nel sistema sanitario dei paesi europei centro orientali a seguito del crollo dell’Unione Sovietica all’inizio degli anni Novanta. Gli esempi della Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovenia e Romania rappresentano dei casi di successo, ma vengono anche evidenziate le opportunità perse o le conseguenze derivanti dalle riforme attuate. Per consultare il documento in PDF: la riforma del sistema sanitario nell’Europa Centro Orientale
- News - Consiglio Europeo del 21 e 22 giugno: decollo avvenuto?
Lo scorso marzo, subito dopo le celebrazioni del cinquantesimo anniversario dei Trattati di Roma, un attento commentatore di questioni europee aveva paragonato l’Europa ad un aereo lanciato alla massima potenza su una corta pista di decollo. La Dichiarazione di Berlino impegnava infatti i 27 a rilanciare il processo di integrazione con le opportune modifiche istituzionali entro il giugno 2009; in altri termini, dati i necessari tempi di ratifica, la Dichiarazione implicava la necessità per gli Stati di trovare un accordo sulle linee guida di queste riforme durante il Consiglio europeo del giugno 2007, ossia in meno di tre mesi di tempo, pena una crisi forse irreversibile. Le conclusioni del Consiglio europeo, come sempre arrivate al termine di una estenuante trattativa tra gli Stati, ci dicono che il decollo è avvenuto, la crisi è stata evitata, ma restano alcune zone d’ombra. Per quanto attiene il meccanismo di voto, il compromesso raggiunto come è noto perpetua l’inefficiente meccanismo decisionale deciso a Nizza (ponderazione dei voti degli Stati) almeno fino al 2014, con la possibilità di una sua ulteriore estensione sui singoli provvedimenti, a richiesta di uno Stato, fino al 2017. Dopo di che si passerà alla più efficace e flessibile regola decisa dall’accordo costituzionale, ossia maggioranze decise dal 55% degli Stati che rappresentino almeno il 65% della popolazione . Molti commentatori si sono espressi sulla problematicità dell’attuale meccanismo, lamentando la scarsa capacità decisionale dell’UE negli ultimi anni, e dunque traggono una valutazione negativa dell’accordo raggiunto. In realtà, su questo punto fondamentale la sostanza è migliore delle apparenze. Teoricamente, è infatti sicuramente vero che il meccanismo di voto deciso a Nizza riduce drasticamente il numero complessivo di coalizioni che possono raggiungere la maggioranza (da circa il 7% delle coalizioni possibili a 15, a poco più del 2 per cento). Tuttavia ciò vale se tutte le coalizioni “vincenti” sono egualmente probabili. Se invece gli Stati tendono a mantenere nel tempo le stesse “alleanze”, la perdita di efficienza è sicuramente inferiore a quella calcolata teoricamente. A riprova di ciò, si può constatare come dopo Nizza il numero di decisioni prese ogni anno dal Consiglio si è in parte ridotto (anche se i dati nel 2006 sembrano mostrare una ripresa), ma in misura meno che proporzionale alla perdita di efficienza prevista. In aggiunta, non possiamo essere certi che il numero inferiore di decisioni raggiunte dal Consiglio negli ultimi anni sia interamente attribuibile alla sua scarsa efficienza decisionale, in quanto il Consiglio, insieme al Parlamento, decide su proposte che vengono elaborate dalla Commissione europea. E quest’ultima negli ultimi tempi non ha certo brillato per attivismo, in quanto da organismo collegiale è ormai diventata una mini-assemblea con 27 teste. Poiché l’accordo raggiunto prevede che dal 2009 la composizione della Commissione europea venga limitata a 15 Commissari, è dunque probabile che la maggiore efficienza decisionale della Commissione dal 2009 compensi in parte il mantenimento delle regole di voto di Nizza fino al 2014/2017, dunque rendendo meno negativo di quel che sembra il compromesso raggiunto. Un’ulteriore notizia positiva deriva dalle regole di funzionamento dell’Unione. Certo, il progetto di Costituzione è stato definitivamente accantonato, e l’UE continuerà a funzionare con i suoi due Trattati, quello sull’Unione Europea che ne delinea le caratteristiche essenziali, e il vecchio Trattato della Comunità Europea, che diventerà un Trattato sul funzionamento dell’Unione. Tuttavia quest’ultimo, di fatto, incorporerà la gran parte delle innovazioni prese in sede di accordo costituzionale. In particolare, la codecisione (maggioranza qualificata al Consiglio e potere di veto del Parlamento) diventerà la procedura legislativa ordinaria dell’Unione, restringendo la regola dell’unanimità a poche, ben definite eccezioni. Inoltre, si amplia l’area di competenze su cui l’UE (a maggioranza) potrà decidere in maniera sovraordinata rispetto agli Stati (le cosiddette competenze concorrenti), su tematiche nuove ed essenziali per il futuro del Continente quali l’immigrazione, l’energia, il clima, la sicurezza. Sarebbe dunque auspicabile che il dibattito italiano in materia, in particolare su immigrazione e politica energetica, si ricolleghi al più presto alle dinamiche europee che inizieranno a negoziarsi nei prossimi mesi. Infine, a tutela delle specificità nazionali, è stata approvata la clausola sul controllo di sussidiarietà, per cui la maggioranza semplice dei parlamenti nazionali, per la prima volta ufficialmente inseriti nel trattato, potrà richiedere il riesame di una proposta legislativa nel caso in cui si ritenga che la decisione stessa possa più efficacemente essere normata a livello nazionale o locale. Se il progetto legislativo non verrà ritenuto conforme al principio di sussidiarietà da parte di Parlamento europeo o Consiglio, a maggioranza semplice, la proposta legislativa sarà ritirata. Anche la Carta dei Diritti Fondamentali è ricompresa nell’accordo. Quest’ultima non sarà inserita nei nuovi testi legislativi, ma è stato chiarito che il Trattato conterrà un riferimento ad essa, conferendole valore giuridicamente vincolante e stabilendone il campo di applicazione (in particolare rispetto alle pratiche del Regno Unito, oggetto di una specifica Dichiarazione). Notizie negative vengono invece, non a caso, dalla Politica Estera e di Sicurezza Comune. Al di là della rinnovata veste dell’Alto rappresentante per la politica estera, che diventa Vice Presidente della Commissione e dunque “capo” unico della diplomazia comunitaria, le decisioni prese dal Consiglio europeo ridimensionano ulteriormente la possibilità di significativi passi avanti in questo ambito, prevedendo il mantenimento della regola dell’unanimità (come del resto già in Costituzione), ma precisando ulteriormente che la sicurezza nazionale resta di competenza esclusiva degli Stati; che le eventuali nuove competenze che gli Stati possono attribuire all’UE attraverso la cosiddetta clausola di flessibilità (art. 308) non si applicano alla politica estera; e che la personalità giuridica che verrà attribuita all’UE in ogni caso non inficia la rappresentanza dei singoli Stati presso le agenzie internazionali, in particolare nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Dunque, arrivati a fine pista con i motori al massimo ed un baratro davanti, sicuramente non stiamo volando troppo alti, ma se non altro ci siamo staccati da terra ed abbiamo evitato un tragico impatto. In altri termini, valgono ancora le parole di Robert Schuman, quando il 9 maggio 1950 diede il via a questo processo: “l’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto”. Insomma, una volta decollati possiamo iniziare a preoccuparci se il carburante a bordo è sufficiente per arrivare a destinazione. (a cura di Carlo Altomonte)
- Seminario - Ai confini dell’Occidente: l’America Latina come nuova frontiera
La Fondazione Res Publica ha organizzato un convegno sui confini dell’Occidente e sul ruolo dell’America Latina, il 17 luglio alle ore 18.30. All’evento, che si è svolto presso la Basilica di San Lorenzo in Lucina (situata nell’omonina piazza al num. 16/A) hanno partecipato: Josè Maria Aznar, Fausto Bertinotti e Giulio Tremonti. Modera: Roberto Arditti. Qui il video integrale dell'evento: http://www.radioradicale.it/scheda/231071/ai-confini-delloccidente-lamerica-latina-come-nuova-frontiera
- News - Unione per il Mediterraneo: perché? Come?
Lanciato da Sarkozy in primavera 2007 il progetto dell’Unione Mediterranea (ribattezzato “Processo di Barcellona: Unione per il Mediterraneo” nel marzo 2008) inaugura una nuova era nelle relazioni complesse tra Unione Europea e i paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Nell’analisi svolta da Fondapol con Frederic Allemand vengono sollevate diverse questioni ancora da approfondire ed evidenziate alcune zone d’ombra del progetto. Per consultare il documento in PDF: L’Unione per il Mediterraneo : perchè ? come?
- Seminario - L'opzione nucleare per l'Italia nel contesto europeo
Presso la Casa dell’Energia di via Po n.3 si svolgerà il workshop che si propone di analizzare il settore energetico italiano e di inserire il dibattito sul nucleare nel quadro europeo. I lavori sono aperti dal vice-Ministro Guido Possa (MIUR) e seguiranno gli interventi sul ruolo della ricerca e dell’Università (Politecnico di Milano – CESME, CNR, ENEA), sulla sicurezza e l’impatto ambientale (Ministero dell’Ambiente, SOGIN) e sui bisogni e le aspettative dei principali soggetti economici del settore: industria fornitrice, utilities e imprese “energivore”. Scopo del workshop è di aprire un costruttivo, apartisan e non ideologizzato dibattito sul tema , considerando i vari aspetti connessi “all’opzione nucleare”. Il Vice Ministro Guido Possa e il Direttore Generale del MAP Sergio Garribba, hanno confermato la loro attiva partecipazione al workshop, mentre il ruolo di Ricerca e Sviluppo e il ruolo di Ambiente e sicurezza, sarà trattato da importanti rappresentanti di istituzioni pubbliche. Per quanto riguarda la sessione relativa alla “Posizione dell’Industria”, è prevista una breve panoramica delle tecnologie e degli impianti che in un futuro prossimo l’industria nucleare mondiale può offrire. Nelle sessioni “ Posizione delle Utilities” e “I Grandi Clienti” sono previsti dopo una presentazione di EDF del loro “progetto nucleare”, gli interventi dei produttori italiani e dei rappresentanti degli energivori. Questa vuole essere una prima tappa di un percorso per approfondire seriamente,nell’ambito di una politica energetica, la problematica del nucleare, tenendo anche in conto la sicurezza degli approvvigionamenti dei combustibili fossili come evidenziato in questi giorni. Conclusioni: La maggioranza dell’opinione pubblica, come gli operatori del settore, sono concordi nel ritenere che una possibile opzione nucleare rientra in una auspicabile politica energetica che, date le tempistiche del settore energia, deve avere orizzonti lunghi che vanno al di là di una legislatura politica. E’ quindi necessario un approccio apartisan che esamini e preveda, un possibile piano nucleare; senza interventi politici e regolamentativi è difficile che una opzione nucleare possa partire. Devono essere espresse leggi per incentivare e facilitare un possibile sviluppo del nucleare e trovare regioni disposte ad accettare impianti sul proprio territorio. Il fatto che la maggioranza della popolazione sia a favore del nucleare non comporta però, automaticamente la facile possibilità di l’installare un impianto in un dato territorio. Una volta individuati i possibili siti bisogna iniziare una campagna ad hoc, presentare il problema, affrontare una discussione e soprattutto presentare dei pacchetti di compensazione. In quest’ottica di notevole importanza è il ruolo dei Comuni, come l’operazione Green field ha dimostrato, in un periodo in cui la devolution, ha modificato i rapporti decisionali tra centro e periferia. Per quanto riguarda invece il problema del licensing and permitting la soluzione auspicabile sarebbe la non ricostituzione di competenze che sono ormai disperse ed eventualmente affidarsi ad organizzazioni efficienti all’estero. Per quanto invece riguarda la situazione italiana dal punto di vista energetico dipendiamo per l’85% da materie prime energetiche importate, percentuale destinata ad aumentare. Nel settore elettrico, dall’era dell’oro bianco dell’idroelettrico si è passati all’oro nero petrolio ed ora la tendenza attuale è spiccatamente a favore del gas che contribuisce ad oltre il 50% della produzione di energia elettrica in Italia con ulteriore incremento nei prossimi anni dato il “dominio” dei cicli combinati. Il prezzo del gas è legato al prezzo del petrolio il quale nel futuro non ha prospettive di diminuzione ma di converso ad essere oggetto di aumenti, questo è un ulteriore fatto a favore del nucleare. In aggiunta al costo delle materie prime energetiche, occorre considerare la sicurezza degli approvvigionamenti “security of supply” ben nota in questi giorni per il gas, e considerare gli effetti ambientali; tali fattori sono, a favore di un’opzione del nucleare. Per quanto attiene più specificatamente ai problemi ambientali, senza considerare i dibattiti tra chi ritiene l’effetto serra un problema concreto e chi invece non è di questo avviso, a livello pratico i certificati della CO2 sono oggi nell’ordine di euro 24 alla tonnellata. Ciò porta delle penalizzazioni del carbone nell’ordine di euro 20 al MGWH prodotto e per il gas nell’ordine di euro 8/10. Per quanto attiene all’importante problema dell’informazione e comunicazione c’è innanzitutto da premettere che siamo in un’era caratterizzata da una mancanza di corretta informazione e comunicazione. Il problema deve essere affrontato con gli strumenti adatti: se la maggioranza della popolazione fatica ad accettare l’energia nucleare per colpa di pregiudizi ormai radicati nella società e non razionali, non possono essere utilizzate lunghe formule o ragionamenti ingegneristici, ma, oserei dire, occorrerebbe l’utilizzo di psicologi. Il problema va comunque affrontato in modo serio in quanto, anche se in base ad un referendum ANIE, il 54% della popolazione si è mostrata favorevole al nucleare, la presenza di un’esigua fetta di contrari nel territorio in cui dovrebbe essere costruito un impianto potrebbe bloccare la realizzazione del medesimo (ed abbiamo tanti esempi in Italia). Per quanto riguarda l’industria manifatturiera del settore essa è fondamentalmente radicata in alcuni paesi esteri. ANSALDO ha fatto presente la sua collaborazione con alcuni di questi fornitori. I fornitori hanno fatto presente che per reattori di dimensioni variabili da 1000/1500 megawatt l’investimento è dell’ordine di euro 1100 al kilowatt installato. Trattasi, evidentemente, di valori che si riferiscono ad investimenti programmati di una certa ampiezza. Il nodo centrale per l’economicità del nucleare è infatti rappresentato dalla possibilità di realizzare/ordinare più di una unità nello stesso sito e molteplici centrali: vi è la grande convenienza, quindi, a sfruttare un effetto serie (Bernard EDF). Trattasi di effetti scala notevoli che porterebbero, se non a dimezzare i prezzi, a forti abbassamenti dei medesimi. In Italia tali effetti scala possono essere raggiunti unicamente tramite un approccio consortile con accordi tra più utilities /investitori. Tale approccio è stato vantaggiosamente utilizzato in Finlandia ed ha portato con una riduzione del rischio, ad una riduzione dei tassi ed a contratti di lungo termine tra consumatori e fornitori. Anche le aziende italiane dovrebbero impegnarsi ad esaminare tale possibilità, e mi sembra dagli interventi (Edison, Energia) siano emersi dati positivi, come pure dai grossi consumatori (Acciaieri e Cementieri). Per quanto attiene alla ricerca, fondamentale è l’approccio alla medesima per vedere di aumentare la nostra presenza in progetti internazionali come “Generation IV”, avendo però la visione di concentrarsi su progetti che diano risultati a breve termine (Pedrocchi). Per quanto riguarda l’inserimento dell’Italia in un piano nucleare Garribba ha sottolineato l’importanza di farlo rientrare in un piano europeo, sia per quanto riguarda la sicurezza, sia per il licensing, sia per allargare i consorzi a livello europeo per abbattere i costi di fornitura. Per quanto riguarda la quota futura nel nucleare nel campo della produzione di energia elettrica è chiaro che, sebbene ci siano grossi investimenti da parte di alcune nazioni, Francia, Cina, Russia, il forte aumento dei consumi porta all’utilizzo di altre fonti (gas, carbone). La Cina, per esempio, dei 70.000 megawatt entrati in servizio nel 2005, ben 60.000 realizzati con centrali a carbone, e nessuno frenerà la Cina a breve dal continuare su questa strada. E’ chiaro quindi che, in questa visione, il nucleare, anche se aumenterà di volume nei prossimi anni tenderà a diminuire la propria share attuale. L’industria italiana – es. ENEL – con investimenti all’estero sta riprendendo competenze nella gestione e completamento di impianti nucleari. ANSALDO vanta partecipazioni in varie attività specifiche all’estero. Per quanto riguarda la disponibilità di tecnici nel settore l’Università (Lombardi) ha portato dati incoraggianti; esiste ancora un nocciolo duro sul quale si può contare. Inoltre si laureano in Ingegneria Nucleare ancora 100 Ingegneri all’anno. E’ stato rilevato come un reinserimento del nucleare avrebbe una ricaduta, non solo sul nucleare stesso ma anche su altre tecnologie ed in altri settori. Visto quanto sopra, l’incontro di oggi va visto come un primo passo di un lungo percorso che avrà successo se politici ed investitori prenderanno impegni seri nel settore.
- News - Emissioni di gas serra: meno 0,7% nell’Unione Europea
L’Agenzia europea dell’ambiente (AEA) ha pubblicato la relazione comunitaria annuale sull’inventario dei gas a effetto serra. La relazione, intitolata “Annual European Community Greenhouse gas inventory 1990-2005 and inventory report 2007” (“Inventario annuale dei gas a effetto serra della Comunità europea 1990-2005 e relazione sull’inventario 2007”) è stata presentata al Segretariato della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) il 27 maggio 2007 come contributo ufficiale della Comunità europea. In base alla relazione, le emissioni dei gas a effetto serra responsabili dei cambiamenti climatici sono diminuite dello 0,7% tra il 2004 e il 2005 nell’UE-27. Il commissario Stavros Dimas, responsabile per l’ambiente, ha così commentato i risultati positivi: “È incoraggiante constatare che continuiamo a ridurre le emissioni anche mentre l’economia europea è in forte crescita, ma è evidente che, per permettere all’Ue di conseguire il suo obiettivo di riduzione fissato nel protocollo di Kyoto, molti Stati membri dovranno intensificare notevolmente gli sforzi per contenere le emissioni. A marzo i leader europei hanno adottato obiettivi di riduzione delle emissioni a lungo termine: non vi è quindi più alcuna ragione di attendere, ma occorre invece intraprendere iniziative coraggiose per portare a termine i necessari cambiamenti strutturali nel modo di produrre e consumare energia, al fine di rendere permanenti e sempre più consistenti le riduzioni delle emissioni”. I punti chiave della relazione definitiva. Ue-15: le emissioni di gas serra sono diminuite dello 0,8% (35,2 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti) tra il 2004 e il 2005, prevalentemente grazie alla riduzione dello 0,7% (26 milioni di tonnellate) delle emissioni di CO2. UE-15: le emissioni di gas serra sono diminuite nel 2005 del 2,0% rispetto all’anno di riferimento indicato nel Protocollo di Kyoto (per l’UE-15 è il 1990 per la maggior parte dei gas serra, ma per i gas fluorurati quasi tutti gli Stati membri utilizzano come anno di riferimento il 1995). Ue-15: le emissioni di gas serra sono diminuite del 1,5% tra il 1990 e il 2005. Ue-27: le emissioni di gas serra sono diminuite dello 0,7% (37,9 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti) tra il 2004 e il 2005. Ue-27: le emissioni di gas serra sono diminuite del 7,9% rispetto ai livelli del 1990. Paesi dell’Ue-15 in cui le emissioni sono diminuite maggiormente. I paesi che maggiormente hanno contribuito, in termini assoluti, alla riduzione delle emissioni nell’Ue-15 sono Germania (-2,3%, pari a 23,5 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti), Finlandia (-14,6%, per un totale di 11,9 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti) e Paesi Bassi (-2,9%, pari a 6,3 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti). In questi paesi il calo è stato possibile grazie alla riduzione delle emissioni di CO2. Gli altri paesi dell’Ue-15 che hanno registrato una riduzione delle emissioni tra il 2004 e il 2005 sono i seguenti: Belgio, Danimarca, Francia, Lussemburgo, Svezia e Regno Unito. Tra i nuovi Stati membri, la Romania ha ottenuto i risultati migliori con una riduzione delle emissioni del 4%, pari a 6,4 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti. Paesi dell’Ue-15 in cui le emissioni sono aumentate maggiormente. In termini assoluti è la Spagna il paese in cui le emissioni di gas a effetto serra sono cresciute di più tra il 2004 e il 2005 (+ 3,6%, pari a 15,4 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti), aumento imputabile prevalentemente alla produzione di energia elettrica e di calore. Gli altri paesi dell’Ue-15 che hanno registrato un incremento delle emissioni tra il 2004 e il 2005 sono: Austria (2,3%, pari a 2,1 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti), Grecia (1,2%, pari a 1,6 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti), Irlanda (1,9%, pari a 1,3 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti), Italia (0,3%, pari a 1,7 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti) e Portogallo (1%, pari a 0,9 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti).
- Incontro con Sergio Romano
Sergio Romano, ambasciatore e storico, a “59 minuti con…” racconta gli ultimi sviluppi e le radici storiche del conflitto arabo-israeliano. Martedì 5 febbraio ha avuto luogo un altro dei consueti appuntamenti dell’iniziativa della Fondazione “59 minuti con…” che avvicina i giovani imprenditori a personalità del mondo sociale ed economico. In questa occasione, Sergio Romano, ha spiegato che secondo lui il conflitto scoppiato a Gaza alla fine del 2008, dopo un lungo periodo di attacchi da parte di Hamas, ha avuto sicuramente anche motivazioni politiche in vista delle elezioni per il governo di Israele. Questo conflitto si inserisce pienamente nella tipologia delle guerre del XX secolo che hanno visto un coinvolgimento sempre maggiore delle popolazioni civili, le quali vengono sollevate verso i governanti e si combatte per indebolire il fronte interno. Cominciare un’offensiva prima di un grande evento mediatico quale l’insediamento del nuovo presidente statunitense Obama ha permesso a Israele di chiudere velocemente le polemiche sulla guerra e sull’eccesso di forza utilizzata. Ma in una guerra asimmetrica, quando il grande non vince – come in questo caso – è il piccolo a vincere; Israele, con il suo attacco, ha legittimato Hamas come interlocutore e autorità del territorio palestinese. Israele è certamente un’anomalia all’interno dell’area medio-orientale; se confrontato con i vicini, è una democrazia, seppure molto frammentata e che necessita di ampie coalizioni per garantire la governabilità. Il paese inoltre si trova in una situazione difficile non solo politica ma anche demografica. Nella Palestina mandataria vivono circa 11 milioni di persone (5,5 milioni di arabi e 5,5 milioni di ebrei), mentre un milione di arabi vive addirittura all’interno dello Stato ebraico e, nonostante godano formalmente degli stessi diritti dal punto di vista sostanziale, sono comunque discriminati rispetto ai cittadini israeliani. Secondo Romano, una strategia vincente per Israele sarebbe sostenere il governo di Abu Mazen in modo da legittimarlo nei confronti di Hamas agli occhi delle popolazioni. La presenza di Israele in Medio Oriente è da considerarsi altresì anomala perché è uno Stato connotato da una religione; alla proclamazione dello Stato ebraico in Italia il sostegno era stato quasi unanime, da un lato in quanto la sua costituzione era una rivisitazione delle pretese nazionalistiche sperimentate anche dal nostro Paese durante il risorgimento, dall’altra pesava fortemente sulla coscienza europea la tragedia dell’Olocausto. Al tempo non si considerò però che non si costituiva lo Stato di Israele ma lo stato degli ebrei in un’area islamica. E’ interessante vedere quale ruolo ha l’Iran in questa vicenda. Non bisogna ritenere che Hamas sia un braccio dell’Iran e quindi considerare questa guerra un conflitto “per procura” tra quest’ultimo e gli Stati Uniti (che sono tra i principali finanziatori di Israele a cui destinano circa 5 Mld di dollari l’anno spesi per la gran parte nell’industria bellica, con ingenti forniture provenienti dagli stessi Stati Uniti). I rapporti tra Israele e l’Iran possono essere buoni: l’Iran non è antisemita ma antisionista (anzi circa 20.000 ebrei vivono nel Paese ed hanno diritto ad un rappresentante in Parlamento) e i rapporti durante il regno dello Scià erano ottimi. L’affermazione di Ahmadinejad alle elezioni è stata una conseguenza della delusione per il governo di Khatami eletto nel 1997 come il grande riformatore. Il presidente attuale appartiene alla generazione della guerra con l’Irak dell’88, ed è il primo presidente non chierico dell’Iran post-rivoluzione del 1979, quindi si serve degli Ayatollah per legittimarsi. La società civile iraniana oggi appoggia il programma nucleare di Ahmadiejad; l’Iran infatti è molto ricco ma non possiede la tecnologie di raffinazione (tipicamente americane, ma colpite dall’embargo) e quindi è costretto a importare benzina e carburanti. Da un punto di vista economico l’Iran potrebbe aver diritto a sviluppare il nucleare e anche dal punto di vista militare, in quanto circondato da Paesi “nucleari” (Israele, India, Russia e ora gli americani in Irak e Afghanistan). Più paesi con una dotazione nucleare sono evidentemente un rischio, ma va considerato che l’arma nucleare non si usa in attacco; il primo Paese che dovesse usarla sarebbe immediatamente annientato dalla comunità internazionale. Ci si dota dell’arma nucleare per guadagnare più peso e potere geopolitico e negoziale. Neanche il vicino Irak sembra essere stabilizzato. Dopo Saddam Hussein, che in quanto sunnita rappresentava una garanzia di unità del Paese, adesso il governo degli sciiti difficilmente potrà tenere insieme i sunniti sconfitti e dei curdi che hanno ambizioni indipendentiste finora domate con aiuti statunitensi. In questo contesto, un Paese che oggi si colloca al guado tra Occidente e Oriente è la Turchia. Fino a poco tempo fa si pensava che il partito del presidente Gül e del premier Erdogan, sebbene islamico, fosse sufficientemente laico per traghettare la Turchia in un’Unione Europa che, a partire dal secondo dopoguerra e soprattutto negli ultimi anni, ha contribuito ad alimentare la speranza di adesione. Oggi la Turchia si è forse resa conto che l’UE non è pronta e forse non vuole accoglierla (con posizioni fortemente contrarie di paesi come Francia e Austria) e che i lunghi negoziati sono solo un rimandare la questione a tempi da definire. La netta presa di posizione del premier turco contro Israele espressa ultimamente a Davos sembra quindi un segnale da parte della Turchia a porsi come paese chiave a guida del mondo islamico.
- Incontro con Michele Perini
Lo scorso 9 settembre si è tenuto l’incontro inaugurale di “59 minuti con” il nuovo progetto della fondazione Res Publica, che mira a riunire intorno a un tavolo giovani imprenditori e protagonisti del mondo sociale e industriale italiano. Il relatore del primo incontro è stato Michele Perini presidente di Fiera Milano Spa. Nel corso dell’intervento si è dibattuto sull’importanza di Fiera Milano, seconda al mondo solo ad Hannover, sia per il paese sia, con 5 milioni di visitatori l’anno, per l’area milanese. La mancanza di infrastrutture di collegamento adeguate, in parte previste ma non ancora realizzate, rappresenta una sfida da portare a termine in tempi rapidi per il definitivo successo di Fiera Milano. L’occasione dell’Expo 2015 è quindi un appuntamento irrinunciabile per dotare la città e la fiera dei collegamenti necessari. Per il futuro Fiera Milano pone al primo posto l’internazionalizzazione attraverso joint venture già attivate con le principali fiere del mondo allo scopo di entrare in mercati sempre più importanti quali quello cinese, indiano russo e mediorientale.
- Report - L’état de l’Union 2009. Rapport Schuman sur l’Europe (3ème édition)
Mondialisation, tensions internationales et sécurité, crise économique et financière, institutions et intégration: telles sont quelques-unes des questions posées à l’Union européenne, en cette année d’élections au Parlement européen et de renouvellement de la Commission européenne. Pour comprendre les enjeux européens, consultez l’ouvrage de référence disponible sur l’Europe publié par la Fondation Robert Schuman: «L’état de l’Union 2009. Rapport Schuman sur l’Europe» (3ème édition). Cet ouvrage propose des analyses originales, des cartes inédites et les données indispensables pour tout savoir sur l’Europe.
- Report - The European Union and the Russo - Georgian War (Fondazione R. Shumann)
La fondazione Robert Shumann ha pubblicato un documento a cura di Jean-Dominique Giuliani, Chairman della Fondazione e Michel Foucher, geografo e diplomatico, membro del comitato scientifico della Fondazione, sul tema della guerra tra Russia e Georgia. A seguito degli eventi di agosto, viene evidenziato come l’Europa debba agire in maniera ferma ma responsabile utilizzando i principi del diritto internazionale a supporto delle proprie proposte. Mostra testo: The European Union and The Russo-Georgian War





