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59 minuti con… Ariberto Fassati

 In 59 minuti con..., Attività, Politica economica

Ad un anno dal tracollo di Lehman Brothers, Ariberto Fassati, Presidente del Consiglio d’Amministrazione di Cariparma, fa il punto su cambiamenti e sviluppi del sistema bancario nazionale ed internazionale in un incontro con i soci della Fondazione.

 

La crisi economica scoppiata l’anno scorso e originata nei mercati finanziari si è trasferita sul settore industriale e pesa oggi sulle piccole e medie imprese. Nonostante alcuni indicatori, come i dati che segnalano la ripresa dell’export, possano far guardare con fiducia al futuro, è ancora prematuro ipotizzare una fine della crisi. In particolare sono ancora da valutare gli effetti che la grande liquidità immessa nei mercati potrà avere sull’economia reale. Il periodo di incertezza che stiamo attraversando ha comunque contribuito a modificare il ruolo del sistema bancario nell’economia.

Le banche sono state infatti additate come le maggiori responsabili della crisi, avendo sostenuto un modello sbagliato di concessione del credito spinto dai bassi tassi di interesse delle banche centrali che hanno favorito l’indebitamento di imprese e consumatori. Sul fronte dell’industria, si assiste ad un problema di sovrapproduzione; anche per effetto del credito al consumo le case e le persone sono state riempiti di beni e oggi il mercato è saturo ed  è quindi normale una decrescita.

Dal tracollo di Lehman Brothers, la crisi si è propagata al sistema bancario a una velocità mai vista prima, provocando il fallimento di oltre 100 istituti bancari nel mondo. I cambiamenti che ne sono conseguiti hanno riguardato principalmente quattro aspetti:

 

  1. Il potere delle banche. Le prime tre banche per capitalizzazione sono oramai istituti cinesi mentre la quarta è di Hong Kong; una classifica simile si ottiene se al posto della capitalizzazione si considerano gli utili. Il centro bancario del mondo si è quindi spostato nel sud-est asiatico. La crisi ha colpito principalmente gli USA ridimensionando il ruolo delle banche americane; ma se piccoli paesi come Svizzera o Islanda, hanno grossi istituti bancari, può un paese come gli Stati Uniti non possedere grandi banche?
  2. La presenza dello Stato nelle banche. Sono stati proprio i paesi più liberisti quelli ad adottare le politiche attive più interventiste, come nel caso degli USA e del Regno Unito. In paesi storicamente caratterizzati da un maggiore interventismo statale, come Italia e Francia, tale fenomeno è stato meno incisivo. Tuttavia si sottolinea il potere che i governi stanno esercitando nel sollecitare le banche, nonostante un momento congiunturale non favorevole, a fare credito alle aziende.
  3. Una modifica delle strategie delle banche. Le grandi banche americane che non disponevano di grandi liquidità si sono trovate in forte difficoltà e sono quindi oggi interessate ad ampliare le loro attività di raccolta. Sembra tramontare il modello di “banca universale”, che svolge sia attività di raccolta che di investimento, con istituti che stanno lentamente uscendo dalle attività non più remunerative.
  4. Cambiamenti strutturali. La crisi ha cambiato il top management delle banche, e gli istituti hanno dovuto affrontare il problema dei costi riducendo gli organici e spesso la presenza geografica in aree ritenute non strategiche. In questo processo, il nostro Paese  sembra esser andato in controtendenza mantenendo sostanzialmente lo status-quo ai vertici del sistema e passando da una moltitudine di banche di piccole-medie dimensioni ad un sistema dominato da due campioni nazionali (Unicredit e Intesa SanPaolo). A fianco di questo duopolio, esiste un raggruppamento di banche popolari e una miriade di piccoli istituti che dovranno per forza riconsiderare le loro strategie.

 

In Italia la presenza delle banche estere ha avuto un ruolo non marginale: nel 2008 rappresentavano circa il 19% del totale le attività gestite, grazie soprattutto a prodotti sofisticati come il credito al consumo, l’investment banking o il project financing dove detenevano le quote di mercato maggiori. Oggi molte banche estere sono interessate da processi di fusione e quindi il numero degli attori si sta riducendo, molte banche di media dimensione lasceranno l’Italia o si troveranno costrette a una riduzione degli organici. Questo potrebbe comportare un rischio di isolamento e marginalità per l’Italia e in particolare per la piazza di Milano.

La crisi ha inoltre portato a un forte attacco nei confronti degli istituti di credito off shore. La guerra ai paradisi fiscali, oltre ad avere un ritorno in termini di consenso politico, permette di fronteggiare i bisogni di cassa dei governi che sono intervenuti nei rispettivi sistemi economici generando pensando deficit. Diversamente da come possa sembrare oggi il sistema bancario non è florido. Se consideriamo tutti gli istituti come se fossero una sola banca, la redditività è scesa del 70% con la crisi. Non è quindi auspicabile uno scambio di accuse reciproco tra privati, aziende e banche sulle responsabilità della crisi, e sui presunti eccessi di redditività delle banche. E’ necessario invece puntare su un sistema bancario solido, meno aggressivo che in passato e più prudente. In un sistema che potrà disporre solo di risorse più limitate bisogna puntare sulla meritocrazia, non è possibile concedere credito a tutti (con costi per l’intero paese); il credito va erogato a chi lo merita e forse e proprio questo che manca oggi alle banche, la capacità si selezionare a chi dare credito.

Nonostante qualche segnale positivo, bisogna riconoscere che la situazione non è delle migliori. Il successo del collocamento di titoli a rendimento vicino allo zero è un indicatore di paura; la gente preferisce accontentarsi di rendimenti minimi garantiti, parcheggiando magari il denaro per anni. E’ necessario che si rafforzino i controlli affinché tale liquidità disponibile entri nell’economia reale e alimenti il circuito finanziario. Il problema non sono state le regole, quelle sono forse troppe, ma la capacità di controllare. La possibilità di eseguire operazioni finanziarie molto complesse unita alla mancanza negli istituti pubblici e di controllo di risorse umane capaci (le risorse umane migliori finiscono ancora nel privato) ha permesso di eludere quelle regole poste a controllo del sistema finanziario. Non va tuttavia considerato che la crisi sia stata inutile, le banche hanno ristrutturato le proprie attività e rivisto gli organici, e oggi il sistema bancario può ripartire da basi più sane.

Quale quindi la soluzione per il modello italiano? E’ necessario tornare ad una banca che sia caratterizzata da un forte ruolo sociale. Cariparma, per esempio, ha puntato fortemente sulla fidelizzazione dei clienti nella convinzione che “mantenere un vecchio cliente è meglio di cercare un nuovo cliente”; ponendo quindi l’attenzione alle vicissitudini umane dei singoli dando risposte concrete e mirate, soprattutto nei momenti difficili della vita. Diversi sono stati gli strumenti messi a punto in questo senso, tra questi, l’anticipo ai pensionati della pensione di circa 10 giorni a tasso zero, in modo da contrastare le difficoltà di bilancio che molti pensionati soffrono nella cosiddetta quarta settimana del mese.

 

 

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